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Vittimologia: il punto di vista criminologico

La vittima diventa oggetto d’interesse criminologico a partire dagli anni 40-50, anni in cui si sviluppa la «vittimologia» come scienza. La Prima vittimologia (anni 40-70) studia la conoscenza del ruolo della vittima nell’evento criminoso per meglio comprendere la dinamica e la personalità del criminale. La Seconda vittimologia (dopo gli anni 70) invece, mira ad un aiuto ed assistenza alle vittime, non solo di agito criminale ma anche di eventi catastrofici nell’ottica di prevenzione, assistenza, protezione.

La vittimologia come branca della criminologia

Occorre distinguere la vittimologia intesa come scienza autonoma che si occupa delle vittime in senso generale (ad es. le vittime degli incidenti stradali), dalla vittimologia come branca della Criminologia che si occupa in maniera più specifica delle vittime dei reati.

Lo studioso F. Wertham sosteneva: «non si può comprendere la psicologia dell’omicidio se non si comprende la sociologia della vittima». Alla base di questa affermazione sta la constatazione del limite della Criminologia ad orientamento psicologico-psichiatrico e sociologico che si è occupata esclusivamente di studiare il reo e il suo ambiente. Un’analisi del fatto criminoso invece non può prescindere dall’esame della vittima che lo subisce, pena, una lettura parziale del fenomeno.

Definiamo la vittimologia

La vittimologia quindi è una disciplina che ha per oggetto lo studio della vittima del crimine, della sua personalità, delle sue caratteristiche biologiche, psicologiche, morali, sociali e culturali, delle sue relazioni con il criminale e del ruolo che ha assunto nella genesi del crimine.

Funzione preventiva e funzione riparativa

Le finalità della vittimologia sono essenzialmente due. La funzione preventiva ha lo scopo di ridurre il numero di vittime e le occasioni di diventare vittima attraverso lo studio delle caratteristiche individuali, ambientali e sociali della vittima nonché del tipo di rapporto che intercorre  tra reo e vittima per individuare ed eliminare i fattori che favoriscono il processo di vittimizzazione e limitare il rischio di recidiva. La funzione riparativa invece ha la funzione di ridurre l’impatto degli effetti sulla vittima attraverso lo studio delle conseguenze prodotte dal reato sulla vittima stessa, per contenerne gli effetti a breve e a lungo termine e permetterne il recupero.

Di cosa si occupa la vittimologia?

Analizzando il processo di vittimizzazione ed i suoi effetti, la vittimologia si occupa di definire dunque le seguenti aree di indagine: quali vittime e per quali reati (statistica), le caratteristiche (individuali, sociali ad esempio) che favoriscono la vittimizzazione, il rapporto tra reo e vittima, il ruolo della vittima nel reato, la percezione della vittima da parte del reo e viceversa, gli effetti del reato sulla vittima, la vittima nel processo, quali possono essere gli interventi riparativi per la vittima e quali sono i modi e metodi di prevenzione per ridurre la vittimizzazione.

Differenti percezioni di vittima

Possiamo distinguere differenti percezioni di vittima. La vittima ignorata quando c’è contrasto e una separazione tra il criminale e la vittima. Criminalizzata quando in qualche modo c’è una partecipazione della vittima al delitto. Tutelata quando la vittima compare come soggetto debole, meritevole di risarcimento di un danno. Infine la vittima valorizzata quando si passa da una giustizia retributiva a una giustizia restitutiva: la vittima interviene attivamente nei vari gradi del processo.

Quanto è probabile diventare una vittima?

La probabilità di diventare vittima di un crimine non è ugualmente distribuita  tra tutti gli individui, le predisposizioni possono essere vittimogene specifiche o vittimogene generali.  Secondo Von Hentig la caratteristica oggettiva della «debolezza» renderebbe alcune categorie di vittime (vecchi, bambini, handicappati) il bersaglio preferito dei criminali esattamente come in natura gli individui più deboli vengono attaccati più facilmente dai predatori.

Attualmente si preferisce parlare di «fattori di vulnerabilità» anziché di «predisposizione», termine che richiama un linguaggio deterministico che poco si addice allo studio del comportamento umano e, in particolar modo, di quello deviante. Si distinguono inoltre due fattori di vulnerabilità: in relazione all’origine quando si parala di fattori innati (come sesso o handicap) oppure di fattori acquisiti (tratti psicosomatici o infermità intervenute che possono essere temporanei, permanenti o passeggeri).

Interazione autore-vittima

Esistono circostanze proprie di alcuni soggetti che favoriscono certi tipi di condotta criminale come, ad esempio, le caratteristiche biofisiologiche (età, genere, stato fisico), le caratteristiche psicologiche e psichiatriche (alcolismo, tossicomania, depressione e ritardo mentale) e le caratteristiche sociali (mestiere, minoranze etniche e stato sociale). È necessario conoscere i meccanismi psicologici, le circostanze di incontro autore-vittima e soprattutto la relazione interpersonale che c’è tra i due.

L’interazione tra autore-vittima del reato può dipendere dalla conoscenza o meno della vittima. Generalmente se la vittima è sconosciuta si verificano delitti contro la proprietà, omicidi, delitti sessuali, truffe. In quest’ultimo caso spesso le vittime sono persone ingenue, manipolabili che partecipano attivamente, attratti dalla possibilità di un guadagno. Quando la vittima è conosciuta generalmente si verificano omicidi agevolati dal fatto che la vittima non si sente in una situazione di potenziale pericolo e per questo non mette in atto difese né fisiche né psicologiche.

Quando la vittima appartiene allo stesso gruppo famigliare dell’autore del reato i crimini tipici sono i maltrattamenti, l’incesto, gli omicidi per alcolismo e gelosia; si registra un tasso molto basso di denunce soprattutto in caso di lesioni, maltrattamenti e molestie sessuali. La vittima appare spesso depositaria della tensione familiare aggravata da una dinamica persecutoria con l’autore del delitto. In un’ottica prettamente interattiva del crimine, la vittima partecipa sempre in qualche modo, anche involontariamente e inconsapevolmente, alla dinamica del reato che la coinvolge.

Crimini tipici e tipi di vittima

Tuttavia, come sostiene Ponti, la vittima può essere distinta in:

Passiva (quando  il reato è prodotto esclusivo dell’attività del reo); Accidentale (se l’incontro è assolutamente casuale e fortuito); Preferenziale (quando la vittima è scelta per una delle predisposizioni esaminate); Simbolica (quando si tratta ad esempio di delitto politico o esponente di una setta); Sbagliata (nel momento in cui la vittima subisce un’offesa diretta ad altri); Attiva (quando concorre in vario modo alla commissione del reato); Aggressiva (se chi ha minacciato, aggredito, messo in stato di pericolo un altro, soccombe); Provocatrice inconscia (se il comportamento provocatorio della vittima non è colpevole ma provocato da dinamiche inconsce);Disonorante (ad esempio vittima di lesioni o omicidio per «causa d’onore»);Consenziente (se vittima acconsente a diventare tale); Favorente (quando favorisce senza volerlo o senza ammissione la commissione del reato); Vittima per il ruolo (ad esempio agente di polizia, guardia del corpo etc.).

Altre vulnerabilità studiate

Altre variabili studiate sono la residenza geografica, il tipo di associazioni, cioè i gruppi sociali di riferimento e l’attività routinaria. Inoltre, è stata analizzata un’altra categoria particolare, quella delle cosiddette «vittime collettive», ovvero quelle vittime che non sono considerate individualmente, ma come appartenenti ad un particolare gruppo di soggetti legati da speciali rapporti, circostanze, interessi, quali ad esempio, vittime di reati come il genocidio, crimini contro l’umanità, discriminazione razziale, schiavitù, tortura, dirottamento aereo, sequestro di diplomatici o di persone protette e presa in ostaggio di civili.

Gli effetti del crimine sulla vittima

 Le conseguenze della vittimizzazione (economiche, sociali, psicologiche) possono essere distinte in:

•             danno primario che deriva direttamente dal reato;

•             danno secondario che deriva dalla risposta formale e dalla risposta informale alla vittimizzazione.

L’ambiente che circonda la vittima fornisce inoltre due diverse forme di risposte comportamentali:

•             quella formale se rappresentata dal comportamento delle persone che appartengono all’ambiente sociale delle vittime come familiari, parenti e amici;

•             quella informale quando è legata al funzionamento delle istituzioni che sono ufficialmente deputate al contatto con la vittima quali polizia, pubblico ministero, giudici, medici.

Conseguenze psichiche della vittima

Le conseguenze psichiche sulla vittima sono numerose, quelle maggiormente riscontrate dal punto di vista statistico sono le seguenti:  disturbo acuto da stress, disturbo post traumatico da stress, depressione, disturbo bipolare, distimia, autolesionismo, suicidio, abuso di sostanze, disturbo del comportamento alimentare, disturbo d’ansia generalizzato, sindrome del sopravvissuto e KZ sindrome (s. del campo di concentramento).

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