venerdì, Maggio 7

Hannah Arendt: ‘La banalità del male’

Per arrivare a comprendere profondamente l’opera ‘La banalità del male’, inizieremo da una breve biografia dell’autrice. Hannah Arendt nasce nel 1906 a Hannover da famiglia ebraica. Studia filosofia in diverse università con i più grandi maestri dell’epoca, tra cui anche Martin Heidegger, con il quale ebbe anche una relazione sentimentale intensa e sofferta, date le simpatie naziste del filosofo, che fu anche membro del Partito.

Le opere di Hannah

Questo amore resisterà anche alla totale diversità di scelte biografiche e culturali dei due, sopravvivendo anche alla fine della guerra. La Arendt, costretta ad emigrare per le persecuzioni naziste, si rifugia prima in Francia e poi negli USA dove insegna presso diversi atenei, fino alla morte nel 1975.

Il suo percorso intellettuale ha inizio con la tesi di dottorato su cosa intendesse Sant’Agostino con il concetto di amore, ma l’opera sicuramente più importante è ‘Le origini del totalitarismo’. Nel 1958 scrive un saggio intitolato ‘ La vita activa’ , dedicato all’analisi della dimensione politica, luogo della realizzazione dell’identità umana, che è soprattutto libertà.

Lavorò come giornalista e docente universitaria e pubblicò opere importanti di filosofia politica. Rifiutò sempre di essere categorizzata come filosofa, preferendo che la sua opera fosse descritta come teoria politica invece che come filosofia politica.

Il controverso saggio

Addentriamoci adesso in una breve analisi dell’opera.  “La banalità del male” è una delle opere più importanti di Hannah Arendt. Il testo fu redatto nel 1963 a seguito del processo contro il criminale nazista Eichmann, arrestato in Argentina nel 1960.

Durante il processo, al quale prese parte in qualità di inviata speciale del “New Yorker”, Hannah Arendt si rese conto che l’uomo, privo di pensiero, si limita a mettere in pratica gli ordini ricevuti. Le cause dell’antisemitismo, dunque, sono state l’assenza di scrupoli di coscienza e il meccanicismo automatico nell’eseguire gli ordini.

Quando si verificano tali condizioni, l’uomo diventa capace delle più disumane atrocità. A causa di queste sue riflessioni, la Arendt è stata criticata ed additata dal mondo ebraico, al quale ella stessa apparteneva, per aver sottovalutato il fenomeno nazista. La responsabilità di Eichmann, colpevole di aver destinato gli ebrei nei campi di concentramento, fu in qualche modo “tecnica”, ma non per questo meno grave.

I crimini nazisti

Tuttavia, interrogato nel corso del processo, l’ex gerarca afferma di aver esclusivamente eseguito degli ordini ricevuti, come se questo bastasse per scagionarlo. Le stesse motivazioni che Hannah Arendt dà rispetto a questa mancata assunzione di responsabilità e di comprensione della gravità del fenomeno. I crimini nazisti non sono stati dovuti tanto alla crudeltà dei loro carnefici, ma al fatto che i protagonisti delle atrocità verso gli ebrei si fossero in qualche modo “privati” di pensiero, pienamente inseriti come erano all’interno del meccanismo nazista.

I nazisti, quindi, non sarebbero affatto incarnazioni degli aspetti più spregevoli dell’animo umano, ma banali individui inseriti all’interno di un totalitarismo infernale. Il che comporta una pericolosa considerazione: chiunque, inserito nello stesso meccanismo, potrebbe agire nello stesso modo.

Infatti, un buon padre di famiglia, un burocrate, o in generale una persona normale e banale può ritrovarsi a fare del male se inserito in un meccanismo politico–sociale o in un apparato poliziesco che lo spingono ad agire senza pensare. Il nazismo aveva quindi tolto ai tedeschi la capacità di pensare autonomamente, ovvero di giudicare le proprie azioni.

La mediocrità del male

I campi di concentramento non solo hanno distrutto fisicamente ma soprattutto hanno spogliato l’identità di essere uomini, svilendo alla radice la capacità di giudicare i propri atti. In conclusione, Eichmann stesso non sarebbe altro che un uomo comune, superficiale e mediocre, incapace di pensare al valore morale dei propri atti.

Dietro questa mediocrità, vi è la banalità del male, poiché sono individui banalmente comuni quelli capaci di compiere le atrocità più efferate. Come Eichmann ce ne sono altri milioni: il nazismo, infatti, non incarna il male in sé, ma il fatto di aver condotto uomini banali, a compiere del male atroce. Lo stesso, in una forma leggermente diversa, potrebbe anche essere applicato agli scienziati che hanno lavorato alla bomba atomica senza pensare alle sue conseguenze.

Gli ebrei non ci stanno

La comunità ebraica considerò molto negativamente lo scritto della Arendt, imputandole la responsabilità dell’assoluzione di Eichmann e una riduzione della responsabilità dei nazisti: nel saggio della Arendt, infatti, manca del tutto la dicotomia nazisti=demoni/ebrei=angeli presente fino a quel momento nell’immaginario collettivo postbellico.

Sarebbe però riduttivo vedere in questo libro una semplice critica al totalitarismo. La Arendt si occupa della genesi del male, dell’origine del male ma non tanto della sua manifestazione. Nel pensiero della Arendt per un essere umano è male l’essere inconsapevolmente volontario, ed è qualcosa di estremamente comune e mediocre, che il potere può organizzare e utilizzare in moltissime maniere. Il regime totalitario è una di quelle possibili maniere, è ingenuo pensare che sia l’unica, si tenderebbe a banalizzare il pensiero della Arendt.

Alcune frasi dal saggio

In conclusione, citiamo alcune frasi tratte dal saggio di Hannah Arendt:

Hitler, disse Eichmann, “avrà anche sbagliato su tutta la linea; ma una cosa è certa: fu un uomo capace di farsi strada e salire dal grado di caporale dell’esercito tedesco al rango di Führer di una nazione di quasi ottanta milioni di persone… Il suo successo bastò da solo a dimostrarmi che dovevo sottostargli“. E in effetti la sua coscienza si tranquillizzò al vedere lo zelo con cui la “buona società” reagiva dappertutto allo stesso suo modo.

Egli non ebbe bisogno di “chiudere le orecchie“, come si espresse il verdetto, “per non ascoltare la voce della coscienza“: non perché non avesse una coscienza, ma perché la sua coscienza gli parlava con una “voce rispettabile“, la voce della rispettabile società che lo circondava.’

‘‘Quel che ora penso veramente è che il male non è mai “radicale”, ma soltanto estremo, e che non possegga né profondità né una dimensione demoniaca. Esso può invadere e devastare il mondo intero, perché si espande sulla superficie come un fungo. Esso “sfida”, come ho detto, il pensiero, perché il pensiero cerca di raggiungere la profondità, di andare alle radici, e nel momento in cui cerca il male, è frustrato perché non trova nulla. Questa è la sua “banalità”. Solo il bene è profondo e può essere radicale.’

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