L’economia dell’attenzione

Ognuno di noi è bombardato da una messe di informazioni esorbitante: televisione, carta stampata e soprattutto web ci pongono di fronte ad una massa così spropositata di dati e notizie, nella quale è inevitabile perdersi. Produrre video, blog, meme, tweet è così economico e semplice che il “mercato dell’informazione” ne è letteralmente inondato.

Siccome non siamo assolutamente in grado di gestire e metabolizzare questo profluvio di informazioni permettiamo ai nostri bias cognitivi (costrutti fondati, al di fuori del giudizio critico, su percezioni errate o deformate, su pregiudizi e ideologie; utilizzati spesso per prendere decisioni in fretta e senza fatica) di decidere a cosa dovremmo prestare maggiore attenzione.

E’ evidente che questo processo produce danni considerevoli sulla nostra comprensione della realtà e delle sue effettive dinamiche. Comprendere come gli algoritmi dei giganti del web manipolano queste vulnerabilità cognitive è sempre più urgente ed importante. L’eccesso di informazioni ha generato una forte competizione per ottenere l’attenzione delle persone.

Il Premio Nobel Herbert Simon ha dichiarato: “Quello che l’informazione consuma è abbastanza ovvio, consuma l’attenzione di chi la riceve”. Il primo vulnus di questo oceano di informazioni che ci invade è la perdita dell’informazione di qualità, quella attendibile, verificata, certificata. I bias cognitivi peggiorano sensibilmente il problema.

Già negli anni Trenta dello scorso secolo lo psicologo Fredric Bartlett condusse alcuni studi fondamentali per comprendere i processi cognitivi implicati.  Introdusse il termine schema per riferirsi ai temi generali che ricaviamo dall’esperienza dimostrando che questi schemi possono distorcere i ricordi degli eventi che ci formiamo. In altri termini, talora cancelliamo o omettiamo dal ricordo quei dettagli di un’esperienza che mal si conciliano con lo schema. Per converso, possiamo sinceramente credere di ricordare dettagli – che in realtà sono inesistenti – semplicemente perché sono coerenti con lo schema.

Famoso da questo punto di vista è stato il cosiddetto test della “guerra degli Spettri” proposto da Bartlett nel 1932. Lo psicologo ideò una presunta leggenda dei nativi americani che somministrò ad un gruppo di volontari che, dopo aver letto o ascoltato il racconto, furono invitati a ripetere a mente la storia. Inevitabilmente si produssero deformazioni, aggiunte od omissioni che poi la nostra coscienza “sistema” attraverso gli schemi personali che ci contraddistinguono.

Questa tendenza non viene scalfita neppure quando le persone si trovano di fronte ad informazioni di qualità che offrono prospettive diverse. Le persone tendono comunque a trovare prove a sostegno di quello in cui già credono. E questa tendenza al bias cognitivo è facilitata dai motori di ricerca e dai social media che hanno immagazzinato enormi quantità di dati sulle preferenze degli utenti che poi ci vengono riproposti anche in base a quanto sono vicini ai nostri desiderata o al nostro modo di concepire la vita.

In altre parole i nostri feed danno la priorità a quelle informazioni con cui saremo probabilmente più d’accordo. Questo è uno dei motivi principali della crescente polarizzazione delle società. Non c’è molto spazio per coloro che tentano di argomentare, approfondire, valutare, documentarsi. Gli algoritmi che governano social e web in alleanza con il bias cognitivo tendono a farci schierare, in maniera dogmatica, con coloro che la pensano come noi, che hanno la nostra stessa visione del mondo.

Nessuno è al riparo da questa tendenza che riguarda tutto lo spettro politico, dall’estrema sinistra all’estrema destra. Anche la stessa capacità di accorgerci della manipolazione in atto è condizionata dai nostri convincimenti politici. I gruppi sociali producono una pressione così forte verso il conformismo che tendiamo a confondere la popolarità con la qualità. Alcuni studi condotti su Twitter hanno evidenziato come quanto una persona è più esposta agli stessi stimoli tanto più finisce per apprezzarli di più rispetto a quelli con cui è venuta meno in contatto.

I bias sociali e cognitivi finiscono per farci prestare maggiore attenzione alle informazioni che diventano “virali”. Questi contenuti riportano in genere molti like e condivisioni che però non sono certamente indici di affidabilità e qualità dell’informazione.

Noi siamo convinti di non seguire il “gregge” ma in realtà il nostro bias di conferma ci spinge a seguire, approvare e sostenere coloro che la pensano come noi. La conseguenza è che le persone tendono a separarsi in grandi comunità omogenee e disinformate, chiamate “camere dell’eco”. Un recente studio ha inoltre dimostrato che le informazioni socialmente condivise non soltanto rafforzano i nostri bias ma anche rendono più complesse le loro correzioni.

Fonti:

alcune voci di Wikipedia – Le Scienze, febbraio 2021, ed. cartacea

Natale Seremia

Appassionato da sempre di storia e scienza. Divoratore seriale di libri. Blogger di divulgazione scientifica e storica per diletto. Diversamente giovane. Detesto complottisti e fomentatori di fake news e come diceva il buon Albert: "Solo due cose sono infinite: l’universo e la stupidità umana, riguardo l’universo ho ancora dei dubbi."

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