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Il dottor Zivago di Boris Pasternak

Se c’è un romanzo ostaggio e protagonista di quella triste stagione che etichettiamo come “guerra fredda” questi è senz’altro “Il dottor Zivago“, l’unico romanzo scritto da Boris Pasternak (1890-1960). Il libro come vedremo sarà al centro di un vero e proprio duello di spie e frutterà allo scrittore russo il Premio Nobel per la Letteratura nel 1958.

Ma procediamo con ordine. Pasternak era nato a Mosca il 10 febbraio 1890 da un’agiata famiglia di origine ebraica. Il padre era un artista ed un insegnante ed il giovane Boris cresce in un ambiente di intellettuali dove arte e cultura hanno un rilievo preminente. Ebbe modo fra l’altro di incontrare il grande autore russo Lev Tolstoj per il quale il padre realizzò le illustrazioni di alcuni libri.

Dopo un periodo iniziale nel quale pensò di dedicarsi alla musica, Pasternak scelse la poesia come strumento di espressione della sua vocazione artistica. Fino al termine della seconda guerra mondiale, Pasternak scrive diverse raccolte di poesie, si sposa due volte e nel 1936 va ad abitare in un sobborgo di Mosca.

Dopo la fine della seconda guerra mondiale mette mano al suo unico romanzo con forti componenti autobiografiche. Il romanzo narra la vita avventurosa di un medico e poeta, Jurij Andreevič Živago, diviso dall’amore per due donne – sposato con la cugina Tonia e travolto dalla passione per la crocerossina Lara Antipov, sullo sfondo della guerra civile combattuta tra bianchi e rossi a seguito della rivoluzione d’ottobre. Si susseguono incontri, aspre separazioni e ricongiungimenti fino al tragico finale.

L’Unione degli Scrittori sovietici però boccerà il romanzo, impedendone la pubblicazione, perché, a loro avviso, rappresentava i lati oscuri della Rivoluzione d’Ottobre. Inizierà per Pasternak un periodo di emarginazione ed a tratti di vera persecuzione, oggetto dell’occhiuta attenzione del KGB. La storia di come il manoscritto de “Il dottor Zivago” riesce ad uscire dall’Unione Sovietica per approdare in Italia è degna di una spy story del compianto John Le Carrè, morto recentemente lo scorso 12 dicembre 2020.

Un giovane comunista italiano Sergio d’Angelo dal marzo del 1956 si era trasferito nella capitale sovietica per collaborare alle trasmissioni di Radio Mosca. In quel contesto viene a conoscenza del manoscritto di Pasternak osteggiato dal governo sovietico e decide di andare a trovare l’autore dietro l’interessamento della casa editrice Feltrinelli.

Pasternak affida a d’Angelo una copia del dattiloscritto il 20 maggio 1956, nella sua abitazione di Peredelkino. A distanza di circa una settimana d’Angelo lo consegna nelle mani di Feltrinelli volato appositamente a Berlino ovest. L’incontro ebbe luogo a Berlino perché al suo ingresso in URSS d’Angelo aveva dichiarato di risiedere in Germania, e in quei giorni era tenuto a presentarsi a Berlino per espletare certe formalità relative al suo visto.

In Italia nonostante pressioni provenienti dall’Unione Sovietica e dal PCI Gian Giacomo Feltrinelli pubblica “Il Dottor Zivago“, nel 1957, con la traduzione di Pietro Zveteremich. Il romanzo diventa un caso editoriale prima in Italia e poi in tutto l’Occidente. Nel 1958 l’Accademia delle Scienze svedesi attribuisce a Pasternak per il suo romanzo, il Nobel per la Letteratura.

E qui un nuovo intrigo internazionale si scatena attorno a questo capolavoro della letteratura russa. Il regolamento dell’Accademia delle Scienze svedese prevede che per ottenere il riconoscimento, l’opera in questione debba essere stata pubblicata nella lingua materna dell’autore, requisito di cui Il dottor Živago difettava. Pertanto, a pochi giorni dal momento in cui l’assegnazione avrebbe dovuto essere resa nota, un gruppo di agenti della CIA e dell’intelligence britannica riuscì ad intercettare la presenza di un manoscritto del romanzo in lingua russa a bordo di un aereo in volo verso Malta.

Obbligarono così l’aereo a deviare, per entrare in possesso del manoscritto che, fotografato pagina per pagina, fu precipitosamente pubblicato su carta con intestazione russa e con le tecniche tipografiche tipiche delle edizioni russe, al fine di conformarsi alle regole per il conferimento del premio Nobel.

Pasternak però non fu in grado di partecipare alla cerimonia per il ritiro del prestigioso premio, anzi, minacciato di essere espulso per sempre dalla Russia ed espropriato di ogni proprietà, fu costretto a declinarne l’accettazione. Boris Pasternak morirà due anni dopo nella sua casa moscovita, quasi in povertà ed in assoluta emarginazione.

Nel 1965 dal suo unico capolavoro fu tratto un film dall’omonimo titolo per la regia di David Lean, con Omar Sharif, Julie Christie, Geraldine Chaplin, Alec Guinness e Rod Steiger. Il film vinse cinque Golden Globe e cinque Oscar, tra cui quello per la musica con il celebre Tema di Lara di Maurice Jarre, che vendette centinaia di migliaia di copie e raggiunse la prima posizione nella Billboard 200.

Nel 1998 l’American Film Institute  ha inserito la pellicola al trentanovesimo posto della classifica dei migliori cento film statunitensi di tutti i tempi. Il romanzo di Pasternak per essere pubblicato in Russia dovrà aspettare il 1988 grazie alle politiche di “riforma e trasparenza” volute da Gorbacev. E l’anno dopo,  Evgenij Pasternak, il figlio del grande scrittore, morto nel 2012, riuscì finalmente ad andare a Stoccolma, per ritirare il Premio Nobel, assegnato al padre 31 anni prima.

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