• Ven. Gen 22nd, 2021

SCIENZA & DINTORNI

Blog di divulgazione storica e scientifica

L’altra faccia della guerra del Vietnam

La guerra del Vietnam non fu per gli americani soltanto scontri nella giungla, combattimenti furiosi nel delta del Mekong e bombardamenti a tappeto con il napalm. Ci furono soldati americani che non videro un vietcong per l’intera durata della loro ferma e che ricorderanno quel tempo come un vero e proprio soggiorno nel paese di Bengodi.

Gli artiglieri ad esempio non correvano quasi nessun pericolo, se si escludono gli “osservatori avanzati” incaricati di dirigere il tiro, per gli ufficiali il problema principale era contrastare la noia che rischiava di rendere la truppa indolente e poco concentrata. Rimanevano lì solo per un anno, e la maggior parte degli ufficiali di fanteria prestavano servizio solamente per sei mesi presso una compagnia prima di passare dietro una scrivania.

Questa pratica era osteggiata dal comandante in capo delle forze statunitense in Vietnam, generale Westmoreland, che si rendeva conto così di perdere preziosi potenziali veterani, ma ragioni di opportunità politiche interne, fecero si che il Pentagono respinse sistematicamente le sue richieste di interrompere questa disposizione.

Il personale di supporto logistico e tecnico durante la sua permanenza in Vietnam non vedeva un vietnamita che non fossero le lavandaie della base e le prostitute dei bar che frequentavano assiduamente. Così il paracadutista Arthur “Gene” Woodley definì la baia di Cam Ranh:

La più grande sorpresa della mia vita. Si faceva il surf sulle onde. Giravano delle macchinone. C’erano donne con vestiti alla moda e uomini che indossavano completi eleganti. Non era come essere in una zona di guerra. Mi dissi: “Ehi, che cos’è tutto questo?” Molto meglio che essere a casa.

Nei pressi di An Khe, la prima Divisione di Cavalleria creò la sua base di relax e comfort, il cui nome era tutto un programma: “Sin City“, la città del peccato. A Sin City si poteva andare allo spaccio di alcolici a comprare due bottiglioni da due litri di gin Gilbey’s a un dollaro e sessantacinque l’una, e per cinque o dieci dollari una ragazza che aveva passato i controlli del personale medico.

Persino le basi riservate ai soldati di colore avevano un livello di comfort nettamente superiore alla qualità della vita che gli stessi soldati sperimentavano nelle cittadine natie. La Base di Na Thrang era formata da strade perfettamente asfaltate, con innumerevoli campi di tennis e calcio, dove i soldati giravano disarmati, con il volto rilassato di chi raramente aveva visto in faccia il pericolo.

I Berretti verdi sull’isola di Phu Quoc facevano sci nautico e surf in una baia al largo del delta del Mekong. A parte qualche raro raccomandato, era del tutto casuale il destino di chi passava gran parte della ferma in queste retrovie a bere, ingrassare e scopare con le prostitute vietnamite e chi invece era, suo malgrado, costretto a combattere una guerra sporca che terminerà con la sconfitta americana.

Chi veniva assegnato al 1° battaglione del 9° Reggimento dei Marines, battezzato “Morto che cammina” per lo spaventoso tasso di mortalità in azione, sapeva di avere scarse possibilità di rimanere vivo ed integro durante il suo periodo di ferma.

Chi veniva poi ferito in azione e trasferito, ad esempio, in un ospedale delle retrovie come quello di Cu Chi, rimaneva esterrefatto per l’atmosfera leggera, rilassata di medici ed infermiere che passavano il tempo ad amoreggiare tra loro come se la guerra fosse qualcosa che si combatteva su un altro pianeta.

Insomma il conflitto del Vietnam aveva dentro di se tante guerre diverse, alcune delle quali così prive di pericoli e piena di piaceri, che non pochi americani ricorderanno con nostalgia e rammarico i mesi passati in Vietnam.

fonte:

Vietnam, una tragedia epica di M. Hastings

Natale Seremia

Appassionato da sempre di storia e scienza. Divoratore seriale di libri. Blogger di divulgazione scientifica e storica per diletto. Diversamente giovane. Detesto complottisti e fomentatori di fake news e come diceva il buon Albert: "Solo due cose sono infinite: l’universo e la stupidità umana, riguardo l’universo ho ancora dei dubbi."

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