L’ultima guerra del Risorgimento

Alla vigilia della Terza Guerra d’Indipendenza l’esercito italiano con il suoi 250.000 effettivi era circa il quadruplo di quello sardo-piemontese che aveva combattuto nel 1859. Gli effettivi si erano gonfiati con diverse divisioni appartenenti agli ex stati, grandi e piccoli, pre unitari e ad alcune migliaia di garibaldini assimilati nel Regio Esercito.

La struttura di comando era però ancora per i due terzi in mano ai sardi e ai piemontesi e l’amalgama nella truppa era molto lontano da una condizione accettabile. In particolare gli ex borbonici e gli ex garibaldini erano visti con sospetto dalla vecchia casta militare sabauda. La paura verso questi ultimi era tale che in preparazione della guerra furono costituiti soltanto due centri per l’arruolamento, a Como e a Bari. In questo modo si pensava che si sarebbero presentati un massimo di 15.000 volontari. Ancora una volta governo e vertici militari italiani sottovalutarono il potere di fascinazione di Garibaldi.

A rispondere all’appello furono oltre 50.000 volontari ma soltanto 38.000 furono inquadrati nel Corpo Cacciatori delle Alpi al comando di Giuseppe Garibaldi. Vittorio Emanuele conservava il titolo di Comandante Supremo dell’esercito, nonostante che La Marmora e Cialdini avessero cercato di dissuaderlo senza successo. Questi ultimi erano i generali più rappresentativi del neo esercito italiano.

Alfonso La Marmora, militare di carriera, che si era particolarmente distinto nella Guerra di Crimea, si era dimesso da Presidente del Consiglio, lasciando l’incarico a Ricasoli, per assumere a 62 anni, l’incarico di Capo di Stato Maggiore. Enrico Cialdini, all’epoca cinquantacinquenne, invece non proveniva dall’accademia militare ed aveva fatto carriera sul campo fino a giungere al grado di generale.

Naturalmente La Marmora e Cialdini si odiavano. E naturalmente avevano idee diverse su come condurre la guerra contro l’Austria. La Marmora propendeva per l’attraversamento del Mincio dando battaglia nel cuore del famoso quadrilatero difensivo austriaco, Cialdini invece prefigurava soltanto un piccola diversione sull’asse centrale del Mincio, mentre il grosso delle operazioni si sarebbe dovuto effettuare più a sud, nel basso Po.

Questo dualismo al vertice sarà una delle cause della sconfitta italiana. Questa disputa portò ad una “soluzione all’italiana” complice Vittorio Emanuele che non volle schierarsi compiutamente né con La Marmora né con Cialdini. L’esercito italiano venne diviso in tre armate non comunicanti tra loro e separate da aspri rilievi naturali. Al centro fu schierata l’armata principale sotto il comando di La Marmora composta da 12 divisioni, sul basso Po, fu collocata l’Armata di Cialdini, forte di 8 divisioni, ed a nord del lago di Garda, su un fronte secondario, i Cacciatori delle Alpi di Garibaldi.

Il 16 giugno 1866 la Prussia aprì le ostilità contro la Sassonia, l’Hannover e l’Elettorato d’Assia che si erano schierati con l’Austria. Gli italiani, invece, rimasero in attesa fino al 23. Il 17 La Marmora incontra a Bologna Cialdini ed i due sembrano d’accordo che, dato il terreno, l’ipotesi di un sincronismo delle due armate fosse da scartare. Di conseguenza, una delle due avrebbe fatto un’azione dimostrativa e l’altra un’azione risolutiva.

La mattina del 20 giugno 1866 il sottocapo di Stato Maggiore del Regio Esercito italiano il colonnello Bariola si presentò a Verona sede dell’Armata Sud austriaca per consegnare la dichiarazione di guerra. L’Arciduca Alberto al comando dell’armata austriaca non fu certo sorpreso dalla mossa italiana, già da alcuni giorni aveva inviato uomini e pezzi di artiglieria a ridosso del Mincio che costituiva la frontiera tra i due regni, appostandoli sulle alture di Custoza e Sommacampagna. L’operazione era avvenuta nella massima segretezza e senza il seguito di salmerie che avrebbero potuto insospettire l’esercito italiano.

Esercito che ignaro iniziò il 24 giugno ad attraversare il Mincio con tutti i carriaggi delle salmerie al seguito. La Marmora aveva distribuito le varie colonne distanziandole per perseguire obiettivi diversi, così quando cadde nella trappola tesa dagli austriaci, 50.000 soldati italiani si trovarono a fronteggiare 70.000 soldati austriaci meglio posizionati e pronti alla battaglia.

Ne seguì una battaglia frastagliata e confusa, alla quale, tra gli altri partecipò anche un giovane tenente, Edmondo De Amicis che rievocherà la battaglia in seguito con la prosa vibrante e mirabolante del post Risorgimento. La battaglia di Custoza segnerà la sconfitta del Regio Esercito italiano dopo ore di furiosi combattimento. Al termine di quel 24 giugno gli italiani contarono 714 morti e 2.576 feriti; gli austriaci 1.170 morti e 3.984 feriti. Ma i dispersi e i prigionieri italiani furono 4.101, mentre quelli austriaci furono 2.802.

La sconfitta di Custoza non fu di per sé grave, lo divenne per gli avvenimenti successivi. Il capo di stato maggiore La Marmora ritenne il 1º Corpo e una parte del 3° non più in grado di ricostituirsi, paventando l’ipotesi di una manovra aggirante degli austriaci da nord oltre il Mincio. Di conseguenza fece saltare tutti i ponti sul fiume e ordinò per la sua armata un ripiegamento fino al basso Oglio. Vittorio Emanuele II, intanto, nel pomeriggio del 24 giugno, mentre ancora a Custoza si combatteva, aveva telegrafato al comandante delle forze sul Po, Cialdini, di passare immediatamente all’azione avanzando, ma questi gli rispose che l’avrebbe fatto l’indomani, secondo i piani prestabiliti.

In realtà Cialdini non ottemperò a questa promessa dimostrando che soltanto da un punto di vista formale era gerarchicamente subordinato al Capo di Stato Maggiore. Eppure anche il Re si era speso invitando Cialdini ad attraversare il Po, convinto e giustamente, che un’azione decisa da sud, avrebbe alleggerito il fronte centrale del Mincio.

Il 25 giugno Cialdini, ancora indeciso, ricevette nel pomeriggio il telegramma di La Marmora: «Austriaci gittatisi con tutte le forze contro corpi Durando e La Rocca li hanno rovesciati. Non sembra finora inseguano. Stia quindi all’erta. Stato armata deplorevole, incapace agire per qualche tempo, 5 divisioni essendo disordinate». A questo punto Cialdini rinunciò definitivamente a passare il Po, iniziando a sua volta la ritirata della sua armata sulla sponda sinistra del fiume Panaro. Il 26 mattina, La Marmora chiese a Cialdini di non abbandonare le sue posizioni ricevendone un rifiuto. 

Il Capo di Stato Maggiore allora si dimise ma Vittorio Emanuele e il governo respingono le dimissioni e obbligano i due generali ad incontrarsi il 29 giugno. Messo alle strette Cialdini acconsente ad attraversare il Po, ma soltanto dopo aver espugnato la testa di ponte austriaca di Borgoforte che resisterà fino al 18 luglio.

Sul fronte nord i Cacciatori delle Alpi di Garibaldi avevano iniziato a muoversi ma dopo alcuni marginali successi, il 4 luglio, nella battaglia di Vezza d’Oglio i garibaldini ebbero uno scontro nel quale furono sconfitti e Garibaldi ferito per l’ennesima volta nella sua mirabolante esistenza.

Gli italiani furono salvati dalla schiacciante vittoria dei prussiani a Sadowa, il 3 luglio 1866 dove l’esercito austriaco fu sbaragliato dalle truppe guidate da von Moltke.  Il giorno dopo l’Austria chiese la mediazione di Napoleone III offrendogli il Veneto, a patto che l’Italia si ritirasse dalla guerra.

Napoleone III accettò la richiesta austriaca e il 5 luglio Vittorio Emanuele II ricevette il telegramma dell’Imperatore francese che gli annunciava la cessione del Veneto per mettere fine al conflitto. La proposta al momento fu accantonata per le pressioni di La Marmora che paventa disonorevole abbandonare in quel frangente l’alleato prussiano.

Il 14 luglio si tenne un Consiglio di Guerra a Ferrara. Pungolati da Bismarck che aveva giudicato molle il contributo alla guerra italiano si decise:

  • Cialdini avrebbe guidato autonomamente un’armata di 14 divisioni con l’incarico di procedere a marce forzate verso l’Isonzo e, nel caso, verso Vienna;
  • La Marmora con 6 divisioni avrebbe mantenuto il blocco delle fortezze del Quadrilatero operando l’assedio di Verona, avrebbe anche inviato una divisione in Valsugana per appoggiare Garibaldi nella conquista del Trentino (Tirolo meridionale);
  • Garibaldi, conquistato il Trentino, avrebbe dovuto portarsi a Trieste per muovere di là e sollevare contro gli austriaci la Croazia e l’Ungheria;
  • Persano sarebbe stato avvisato che se entro 8 giorni non avesse attaccato la flotta austriaca, sarebbe stato destituito

Le operazioni militari proseguirono sino al 20 luglio quando la flotta austriaca sconfisse quella italiana nella battaglia di Lissa. L’esercito intanto aveva raggiunto il Trentino che però fu costretto a sacrificare nell’ambito del trattato di pace, che doveva far ingoiare un’altra umiliazione all’Italia.

L’Austria cedeva infatti il Veneto alla Francia che a sua volta lo “girava” all’Italia. La cessione del Veneto dalla Francia all’Italia del 19 ottobre 1866, avvenne in una stanza dell’hotel Europa sul Canal Grande dove il generale Le Bœuf (plenipotenziario francese e garante dello svolgimento della consultazione) firmò la cessione del Veneto all’Italia. La Gazzetta di Venezia il giorno successivo ne diede notizia in pochissime righe: «Questa mattina in una camera dell’albergo Europa si è fatta la cessione del Veneto». Nel plebiscito (a suffragio universale maschile) svoltosi il 21 e 22 ottobre la maggioranza dei votanti si espresse a favore dell’annessione, e con l’ingresso a Venezia, il 7 novembre, di Vittorio Emanuele II, si concludeva anche la fase politica della terza guerra di indipendenza.

Natale Seremia

Appassionato da sempre di storia e scienza. Divoratore seriale di libri. Blogger di divulgazione scientifica e storica per diletto. Diversamente giovane. Detesto complottisti e fomentatori di fake news e come diceva il buon Albert: "Solo due cose sono infinite: l’universo e la stupidità umana, riguardo l’universo ho ancora dei dubbi."

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