Il rapporto tra Stato e Chiesa all’indomani dell’unità d’Italia

Molto prima che i bersaglieri assaltassero Porta Pia nel 1870, la relazione tra lo Stato e la Chiesa cattolica, all’indomani della proclamazione del Regno d’Italia si era fatta incandescente. Tutto era iniziato con le leggi Siccardi numero 1013 del 9 aprile 1850 e numero 1037 del 5 giugno 1850: esse abolirono i privilegi goduti fino ad allora dal clero cattolico, allineando la legislazione piemontese a quella di altri stati europei.

Il promotore di queste leggi, presentate con l’avallo del Re, era il Ministro della Giustizia e degli Affari religiosi, Domenico Siccardi, all’epoca quarantottenne. Siccardi aveva tentato di negoziare per tutto il 1849 una modifica del Concordato che regolava i rapporti tra il Regno di Sardegna e la Chiesa Cattolica, ma l’intransigenza di quest’ultima, aveva aperto le porte ad un intervento unilaterale del Parlamento.

Nel 1861 era tornato d’attualità il tema dei beni ecclesiastici e dei privilegi di cui ancora godeva il clero. La questione romana sullo sfondo aveva acuito l’urgenza di intervenire per operare, definitivamente, la separazione tra Stato e Chiesa. Inoltre il neo Regno d’Italia aveva un disperato bisogno di soldi e la Chiesa godeva ancora di un patrimonio di considerevole entità.

Si procedette pertanto alla confisca dei beni religiosi attraverso la promulgazione di due leggi del Regno d’Italia e segnatamente il regio decreto 3036 del 7 luglio 1866 di soppressione degli ordini e delle congregazioni religiose (in esecuzione della Legge del 28 giugno 1866, n° 2987), e la legge 3848 del 15 agosto 1867 che dispose la confisca dei beni degli enti religiosi (“Asse ecclesiastico”).

In cambio il governo si impegnava a concedere un modesto assegno annuale ai religiosi, modulato sulla base delle rispettive qualifiche. Le confische accentuarono il dissidio politico con la Santa Sede. Pio IX che nel 1848 si era presentato come alfiere di un moderato “progressismo” nel corso degli anni aveva virato verso un tradizionalismo religioso di tipo ultra conservatore, strenuo difensore del potere temporale della Chiesa.

Pio IX era già intervenuto nel 1864 con l’enciclica “Quanta cura”, la sua ventisettesima,  allegandovi il Sillabo degli errori moderni. Con questi interventi venivano condannate tutte le ideologie “moderne“, dal liberalismo al socialismo. Veniva inoltre esposta la critica alla rivoluzione francese e al risorgimento italiano, facendo cenno alla libertà di pensiero illuminista come “libertà di perdere se stessi”. L’enciclica affermava anche la forte critica del voler porre uno stato aconfessionale rompendo il legame tra altare e trono fino ad allora vigente.

L’enciclica ed il Sillabo tendevano ad un ritorno quasi medievale della Chiesa e rappresentarono per i cattolici liberal una profonda delusione, mentre fu osannato dall’ala più reazionaria della Chiesa e dei fedeli. Nei primi giorni del gennaio 1865, prima il governo francese e poi quello italiano proibirono la lettura pubblica del Sillabo; parte della stampa italiana ed estera criticò papa Pio IX e la pubblicazione del Sillabo (di cui si occuperanno perfino giornali a carattere economico, come il settimanale inglese The Weekly Chronicle and Register).

Vittorio Emanuele visse una profonda crisi interiore combattuto tra la fede ed il senso dello Stato, così come tutti coloro che ritenevano possibile, moderno e giusto lo slogan cavouriano “Libera Chiesa, in Libero Stato” utilizzato in occasione del suo primo intervento al parlamento, fatto dopo la proclamazione del Regno d’Italia, il 17 marzo 1861, che portò alla proclamazione di Roma come capitale del regno

Natale Seremia

Appassionato da sempre di storia e scienza. Divoratore seriale di libri. Blogger di divulgazione scientifica e storica per diletto. Diversamente giovane. Detesto complottisti e fomentatori di fake news e come diceva il buon Albert: "Solo due cose sono infinite: l’universo e la stupidità umana, riguardo l’universo ho ancora dei dubbi."

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