I contadini vietnamiti negli anni Cinquanta

Verso la fine del 1951 appariva agli osservatori più avveduti ormai evidente che la Francia stesse perdendo la guerra colonialista d’Indocina. Il comandante in capo delle forze francesi in Vietnam, il generale e Maresciallo di Francia Jean-Marie de Lattre de Tassigny, prima che un tumore lo stroncasse nel gennaio del 1952, intraprese un’importante missione diplomatica negli Stati Uniti, che riuscì nell’intento di ottenere un appoggio straordinario da parte dell’amministrazione statunitense.

Alla fine del 1953, gli americani sostenevano l’ottanta per cento del costo della guerra, un miliardo di dollari l’anno. Nonostante questo i francesi stavano perdendo la guerra. Uno dei motivi dell’imminente sconfitta va ricercata nell’incomprensione della realtà contadina vietnamita, che costituiva gran parte di quella popolazione.

Una parte significativa dei contadini appoggiava il movimento rivoluzionario dei Vietminh che prometteva la destituzione di un regime coloniale oppressivo, oltre all’attacco a una classe di proprietari terrieri, francesi così come indigeni, che avevano sfruttato queste popolazioni.

Le masse contadine vietnamite erano per la quasi totalità analfabete tanto che una persona con la licenza elementare era quasi considerata un intellettuale. La povertà era endemica e riguardava persino l’abbigliamento, c’erano coppie che possedevano un unico paio di calzoni, che indossavano a turno.

Il lavoro duro e spossante consisteva per la maggior parte del tempo nel rovesciare acqua sui versanti montani per irrigare le risaie, spesso di notte, per evitare la terribile calura diurna. Il raccolto primaverile rappresentava circa i tre quarti del raccolto complessivo, ma il cibo non bastava quasi mai ed i contadini più poveri cercavano di integrare i magri introiti tagliando legna nei boschi per rivenderla.

Molti che non ce la facevano migravano verso le città alla ricerca di un lavoro. Villaggi e famiglia erano le strutture sociali più importanti per i contadini vietnamiti. Il padre era il capo indiscusso della famiglia anche se le donne esercitavano un potere, silente ma determinante. Vi era un detto popolare che diceva: «Senza padre puoi ancora avere riso e pesce, ma senza madre puoi star certo che mangerai solo foglie cadute».

I villaggi più grossi erano divisi in borgate e potevano ospitare templi buddisti o chiese cattoliche, una sala per le assemblee (dinh), e magari una falegnameria e una sartoria. Gli anziani godevano di un grande rispetto, mentre i bambini avevano un infanzia compressa. La dieta alimentare era costituita prevalentemente da riso ed ortaggi, quando andava bene.

Famiglie numerose composte da 6-8 persone vivevano in capanne con il tetto di paglia, arredate sommariamente. Quasi nessuno possedeva una radio o una bicicletta. Il vestito standard dei contadini, da nord a sud del paese, era una sorta di pigiama marrone, l’ao ba ba, che diverrà una sorta di divisa per i guerriglieri vietnamiti. Il tasso di mortalità infantile era altissimo e spesso i villaggi dovevano essere abbandonati causa inondazioni o carestie.

Sfruttati ignobilmente dai proprietari terrieri francesi e dalla piccola quota di indigeni possidenti i contadini rappresentarono la base sociale che appoggiò i vietminh nella lotta contro il colonialismo francese prima e l’intervento americano dopo.

1 commento

  1. Grazie Illss.mo Sig. Seremia, ogni suo scritto divulgativo, lascia sempre un giusto approfindimento dell’argomento; ma quello che mi entusiasma è anche, a mio giudizio, una divulgazione LIBERA, senza subordinazione o accondiscimento.
    Alfonso

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