La cura (insufficiente) alla malattia ambientale.

La cultura consumistica caratterizzante la mentalità collettiva globale – o quasi, perché ancora non del tutto allineata al modello sociale occidentale – sta progressivamente svelandosi come implicata nel processo di deterioramento ambientale, nonché nei rapporti umani, perché strutturalmente vincolata allo sfruttamento inarrestabile ed indifferenziato di risorse.
Questo processo biologico e morale (inteso in senso lato) soggetto alla smania consumistica è strettamente connesso alla progressiva mancanza di rispetto dei tempi naturali dell’evoluzione per sostituirli con quelli della tecnica, vincolati alla sperimentazione e gestione umana.

Il procedere per tentativi alla scoperta della ‘prossima risorsa utile’ da accaparrarsi ha finito per ridurre l’insieme dei valori aggregativi umani all’essere funzionali allo scopo personale; conseguentemente a discapito del contesto. Il Far West del XIX secolo è stato soggetto al desiderio di ‘civilizzazione e progresso’ da parte degli Stati Uniti d’America comportando, seppur con la ‘bontà dell’intenzione’, l’assoggettamento di popolazioni e terre a favore dell’ingegno industriale, ma anche, rimanendo entro la cornice del presente, come conseguenza semi-volontaria dell’ambizione delle società contemporanee.

Ciò che è divenuto normale, orizzonte e senso della Civiltà, è esattamente l’opposto di ciò che questa necessiterebbe per la propria conservazione e sopravvivenza, poiché incentrato sul modo di vita – coincidente con il modo di produzione – volto all’utilizzo sfrenato di risorse, all’ideale del Grabbing (accaparramento di risorse – che è un fattore economico, politico, sociale –), e dunque all’assorbimento della Natura entro una cornice antropocentrica di diritto alla dominazione dell’altro da sé, si tratti di terre, così come di persone.

La condizione socialmente strutturale dell’accaparramento comporta l’impossibilità di assunzione coerente del Problema ambientale; le propagande a questo scopo elargite, il conseguente impegno a favore di queste – diffuse tra la collettività, le quali invitano al risparmio dell’acqua, alla raccolta differenziata, al minor uso possibile di materiali altamente inquinanti perché difficilmente smaltibili, come ad esempio la plastica – sono fattori importanti a cui dedicarsi, ai quali prestare attenzione; risultano però anche marginali se, approfondendo la comprensione sul modo dei mezzi di conservazione sociale, ci si ritrovi ad indagare molteplici aspetti della quotidianità non proprio sani, si tratti di alimentazione, cura del corpo, o del momento di svago.

Sono proprio questi gli aspetti della società globale non suscettibili di discussione, promotori del benessere, ma che stanno in realtà mettendo in crisi molti degli equilibri che riguardano l’ambiente.

Può forse l’industria alimentare, farmaceutica, dei servizi essere messa in discussione dalla molteplicità in relazione agli effetti che l’impiego continuo di questa implica per l’equilibrio ambientale? Possono i materiali elettronici, compagni onnipresenti e pervasivi per le società avanzate, essere qualitativamente ridimensionati come componenti vitali, pensando al potenziale “distruttivo” che inglobano, perchè difficilmente smaltibili, e allo stesso tempo forniti secondo la logica dell’obsolescenza programmata, che altro non desidera se non obbligare gli utenti ad ottenerne, consumarne, per poi sostituire?

L’efficienza sociale della tecnologia è forse direttamente proporzionale alla difficoltà di riassorbimento da parte della terra delle componenti con cui essa è applicata; mezzi interessanti per l’agevolazione sociale, rivelano il lato oscuro della non smaltibilità, magari sinonimo di veleno per l’ambiente, soprattutto dopo esser stati buttati.

Le componenti di questi strumenti non stimolano il rinnovamento ambientale, ma ne inquinano fortemente le radici; inoltre, poiché lo sfruttamento avviene nei confronti di persone, oltreché di risorse, ricordiamo che questi stessi rifiuti compongono l’orizzonte di paesi sottosviluppati, condannati a vivere e forse perire per il progresso.

La sostenibilità alienata all’ideologia industriale promuove il rispetto per l’ambiente, ma la non sostenibilità del sistema limita gli effetti positivi degli accorgimenti ambientalisti; ciò che è parte del senso comune non viene messo in discussione perché motore della vita, della cultura consumistica, e dei valori (o disvalori) della comunità.

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