• 12 Novembre 2021 0:09

SCIENZA & DINTORNI

Divulgazione storica e scientifica – DIRETTORE Fabiana Leoncavallo

Gengis Khan: I Mongoli Ep. 1

Quando nell’anno 1162, lungo l’alto corso dell’Onon, nasceva “Temüjin” che in seguito sarebbe stato conosciuto come Gengis Khan, nell’Europa del Dodicesimo secolo si andavano lentamente consolidando le monarchie nazionali e continuava una lenta ma inesorabile crescita demografica ed economica. Nessuno dei monarchi e dei duchi del Vecchio Continente però poteva immaginare che questo bambino nato in una yurta delle steppe mongoliche avrebbe avuto presto un impatto straordinario nella storia dell’umanità fondando il più sterminato impero terrestre mai visto prima.

Un bambino che diventato uomo riuscirà ad unificare gran parte dei clan e delle tribù nomadi conquistando territori sterminati fino a minacciare la stessa Europa. Ma chi erano i mongoli? Come era strutturata la loro società e come vivevano?

I mongoli erano una popolazione nomade divisa in clan e tribù che abitava grosso modo intorno all’odierna Mongolia orientale, a sud ovest della Manciuria. Straordinari cavalieri montavano un cavallo che era un discendente dei tarpan, equini preistorici, domesticati per la prima volta nel secondo millennio a.e.v. nella Russia meridionale. Compatti e vivaci, i cavallini mongoli alti al garrese circa un metro e trenta erano in grado di marciare per oltre un centinaio di km al giorno. Fortissima la simbiosi tra questi leggendari cavalli ed i mongoli, essi erano indispensabili non soltanto per gli spostamenti e la custodia degli armenti ma anche per le imprese belliche. Grazie poi all’uso delle staffe, probabilmente mutuato dai cinesi, i mongoli erano in grado di guidare le loro cavalcature solo con le gambe, mantenendo libere le mani per utilizzare il loro strumento offensivo più letale: gli archi.

I mongoli abitavano una steppa sterminata e priva di delimitazioni significative. In quest’Asia profonda compresa tra le propaggini siberiane ed il formicaio cinese l’esistenza era veramente dura. Il vento spazza la steppa inesorabile e praticamente senza sosta, d’estate la temperatura può raggiungere i 40 gradi, mentre d’inverno un gelo profondo cristallizza i pianori desolati. La gente della steppa ha corpi compatti e nodosi, piedi piccoli, la pelle “cotta” dal sole e dalle intemperie atmosferiche, gli occhi obliqui serrati in fessure strette come a proteggersi dai raggi del sole estivo o dal biancore delle nevi invernali.

E’ gente pratica, senza fronzoli e le donne se consideriamo le loro omologhe medioevali dell’occidente sono straordinariamente emancipate, perlomeno nelle attività lavorative e persino nella guerra. Maschi e femmine ricevono la stessa educazione quando sono piccoli, imparano a cavalcare ed a svolgere tutte le attività indispensabili per la sopravvivenza. D’altra parte la vita è così dura che soltanto la metà dei bambini mongoli sopravvive ai primi mesi o al primo anno di vita. Quelli che ci riescono sono temprati e pronti ad affrontare le condizioni estreme della loro esistenza.

Alla base del vitto mongolo c’erano soprattutto prodotti caseari e carne, che per lo più veniva bollita piuttosto che arrostita. Secondo Guglielmo di Rubruck, un monaco fiammingo che si era spinto nell’impero mongolo tra il 1253 e il 1254 una singola pecora macellata poteva bastare a sfamare anche 50 persone. I mongoli poi erano formidabili bevitori di kumyss una bevanda fatta con latte di giumenta acidulo e fermentato che raggiungeva i 5 gradi alcolici. In definitiva la dieta mongola era strettamente correlata all’attività pastorale che costituiva il principale elemento di sostentamento delle tribù.

Queste popolazioni di nomadi-allevatori che si spostavano lungo le rotte della transumanza abitavano nelle tipiche tende chiamate yurta. Costituite da uno scheletro di legno e una copertura di tappeti di feltro di lana di pecora; erano di dimensioni e aspetto variabili, a seconda della cultura che le adottava. Il vantaggio di questo tipo di abitazione è che poteva essere smontata, spostata e assemblata in un tempo relativamente breve.

L’interno contiene molti letti che servono da sedili durante il giorno, un armadietto, una tavola bassa su cui si posa il cibo. L’unica apertura è la porta d’entrata che è sempre rivolta a sud, la zona accanto è riservata al giaciglio del capofamiglia, mentre i lati sono destinati ai figli. Vicino all’ingresso si trova anche la zona cucina. Una copertura apribile in cima alla iurta consente di far uscire il fumo del braciere.
A volte per velocizzare i trasferimenti non venivano neppure smontate ma collocate su enormi carri trainati da buoi o yak e piazzate quindi nel nuovo accampamento. I Mongoli più facoltosi disponevano di più carri e di più abitazioni.

Ciascun clan di mongoli aveva distinte zone di pascolo per l’estate e per l’inverno acquisiti in forza di antiche consuetudini o strappate con la forza a clan rivali. Se l’agricoltore si confronta con lo spazio, il nomade invece lo fa con il tempo. E’ infatti in base al variare delle stagioni che le tribù nomadi si spostavano anche per migliaia di km trascinandosi dietro la vera ricchezza di queste popolazioni ovvero i cavalli, i greggi e gli armenti. D’altra parte smontare e rimontare un ordu, un accampamento mongolo, per quanto grande ed a volte distribuito in diverse vallate era soltanto questione di ore.
E’ in questo contento che nasce nel 1162 il leggendario Gengis Khan.

Natale Seremia

Appassionato da sempre di storia e scienza. Divoratore seriale di libri. Blogger di divulgazione scientifica e storica per diletto. Diversamente giovane. Detesto complottisti e fomentatori di fake news e come diceva il buon Albert: "Solo due cose sono infinite: l’universo e la stupidità umana, riguardo l’universo ho ancora dei dubbi."

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