• 12 Novembre 2021 21:15

SCIENZA & DINTORNI

Divulgazione storica e scientifica – DIRETTORE Fabiana Leoncavallo

La guerra dei kamikaze

I primi attacchi suicidi di piloti giapponesi vengono effettuati con un certo successo nelle Filippine dall’ottobre 1944. La parola kamikaze significa in giapponese “vento divino” ed è riferita a un leggendario tifone che si dice abbia salvato il Giappone da una flotta di invasione mongola inviata da Kublai Khan nel 1281.

Il ricorso a questa arma estrema era il risultato dello stato dell’aviazione nipponica negli ultimi 12 mesi di guerra. L’arma aerea del Sol Levante pativa una doppia inferiorità rispetto alla controparte americana: gli F4U Corsair e i  Grumman F6F Hellcat surclassavano sotto il profilo tecnologico gli aerei nipponici e soprattutto la generazione di piloti esperti e coraggiosi era stata praticamente spazzata via nel corso delle operazioni belliche.

Contro questa schiacciante superiorità americana i piloti nipponici male addestrati e che utilizzavano tattiche convenzionali andavano incontro a perdite pesantissime. Pianificando la propria morte come una certezza invece che come un’altissima probabilità i kamikaze erano tendenzialmente in grado di infliggere danni più pesanti alla marina americana, vulnerabile soprattutto sotto il profilo psicologico a questo genere di attacchi.

L’immagine di piloti giapponesi che partono entusiasti per andare a schiantarsi sui ponti delle navi americane è però sostanzialmente fasulla. Tra i primi piloti suicidi, nell’autunno del 1944, ci furono parecchi veri piloti volontari. Successivamente però le scorte di piloti fanatici si ridussero e molte reclute vengono convinte ad accettare questo incarico “senza ritorno” al prezzo di pressioni morali insostenibili quando non di vera e propria coercizione.

Kasuga Takeo che prestava servizio nella mensa ufficiale di Tsuchiura, una base di kamikaze, fu testimone dell’isteria e della profonda malinconia che dominavano le ultime ore di vita dei piloti. Gli aviatori si spostavano da una base all’altra con una piccola borsa di effetti personali tra le cui cose spiccava la biancheria contrassegnata con la dicitura “Effetti personali del defunto tenente comandante….” indicando la promozione postuma che spettava ad ogni pilota caduto in combattimento.

Per la marina americana combattere contro i kamikaze fu una delle esperienze più sanguinose e dolorose della guerra. Tra l’11 maggio e la fine di giugno 1945 gli aviatori giapponesi eseguirono 1700 sortite verso Okinawa. Giorno dopo giorno i marinai americani si mettevano ai pezzi per effettuare un fitto fuoco di sbarramento anti aereo che i piloti nipponici cercavano di evitare per schiantarsi sul ponte delle navi nemiche. Qualcuno però riusciva sempre a passare e si immolava sul ponte di volo di una portaerei o sulle sovrastrutture di un incrociatore con effetti devastanti quando la benzina si incendiava o le munizioni esplodevano. Il 12 aprile 1945 quasi tutti e 185 kamikaze furono abbattuti a fronte di 2 navi americane affondate ed altre 14 danneggiate, compreso 2 corazzate.

Il 16 fu colpita la portaerei Intrepid. Il 4 maggio i piloti kamikaze affondarono cinque navi statunitensi e ne danneggiarono altre 11. Tra l’11 e il 14 maggio furono colpite tre navi ammiraglie tra cui le portaerei Bunker Hill ed Enterprise. Dal 6 aprile al 22 giugno, in tutto il teatro di operazioni, ci furono 10 attacchi suicidi al giorno che riguardarono 1465 aerei più 4800 sortite convenzionali. I kamikaze affondarono 27 navi e ne danneggiarono 164 mentre gli attacchi convenzionali ne affondarono una soltanto, danneggiandone 63.

La percentuale di successo delle missioni suicide fu di circa il 20%, dieci volte superiore agli esiti degli attacchi convenzionali. Alla fine della seconda guerra mondiale il servizio aeronautico della marina giapponese aveva sacrificato 2.526 piloti kamikaze, mentre quello dell’esercito ne aveva sacrificati 1.387. Secondo fonti americane, approssimativamente 2.800 attaccanti kamikaze affondarono 34 navi della marina, ne danneggiarono altre 368, uccisero 4.900 marinai e ne ferirono oltre 4.800. Nonostante l’allarme dei radar, l’intercettazione in volo ed un massiccio fuoco antiaereo il 14% degli attacchi Kamikaze giungeva fino all’impatto contro una nave; circa l’8,5% delle navi colpite dagli attacchi kamikaze affondò.

I dati giapponesi sono un po’ più importanti. Resta il fatto che il sacrificio di quasi 4.000 giovani piloti giapponesi non ebbe alcun impatto strategico sull’esito della guerra e non risparmiò né i bombardamenti strategici ed indiscriminati sulle città nipponiche né tantomeno quelli atomici su Hiroshima e Nagasaki.

Natale Seremia

Appassionato da sempre di storia e scienza. Divoratore seriale di libri. Blogger di divulgazione scientifica e storica per diletto. Diversamente giovane. Detesto complottisti e fomentatori di fake news e come diceva il buon Albert: "Solo due cose sono infinite: l’universo e la stupidità umana, riguardo l’universo ho ancora dei dubbi."

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