• 19 Novembre 2021 13:46

SCIENZA & DINTORNI

Divulgazione storica e scientifica – DIRETTORE Fabiana Leoncavallo

Il termine alchimia deriva dall’arabo al-kimiya, che sta a indicare la “pietra filosofale”, cioè la sostanza in grado di trasformare i metalli vili in oro. Questo concetto si fece strada nell’Occidente medioevale a partire dal XII secolo quando, grazie a traduttori come Giovanni Ispano, Ugo di Santalla, Roberto di Chester, Ermanno di Carinzia e Gherardo da Cremona, iniziarono a circolare una serie di testi arabi che trattavano l’argomento.

Probabilmente il primo testo a circolare fu il Liber de compositione alchemiae di Morieno (1144). Poi vennero l’Almagesto di Tolomeo, il Canone di medicina di Avicenna, il De quinque essentiis di al-Kindi, il Liber de aluminibus et salibus di Razi, il Liber divinitatis de septuaginta di Giabir ibn Hayann, il più importante degli alchimisti arabi.

Le nozioni e le tecniche trattati in questi testi non erano del tutto sconosciuti alla società medioevale anche grazie ai fecondi rapporti economici, culturali e sociali dovuti alla presenza araba in Spagna e Sicilia. L’alchimia divenne però particolarmente importante presso la corte di Federico II grazie all’erudito Michele Scoto.

A studiare e a tramandare questa disciplina che si collocava tra la magia e la scienza si applicarono, dal Duecento, anche i teologi, soprattutto i domenicani (tra cui spiccano Alberto Magno, Tommaso d’Aquino e Ruggero Bacone), che usarono come fonte i primi tre libri dei Meteorologica di Aristotele integrandoli con la lettura delle traduzioni delle opere arabe. L’alchimia medievale si applicò anche in altri ambiti di ricerca, dai rimedi per ogni male all’elisir di lunga vita e nonostante la non scientificità delle sue premesse costituirà una delle basi della nascente chimica.

Questo complesso sistema filosofico-esoterico lasciò numerose tracce di se anche nell’arte medioevale. L’opus alchemicum per ottenere la pietra filosofale avveniva mediante sette procedimenti, divisi in quattro operazioni, Putrefazione, Calcinazione, Distillazione e Sublimazione, e tre fasi, Soluzione, Coagulazione e Tintura.

Attraverso queste operazioni la “materia prima”, mescolata con lo zolfo ed il mercurio e scaldata nella fornace (atanor), si trasformerebbe gradualmente, passando attraverso vari stadi, contraddistinti dal colore assunto dalla materia durante la trasmutazione. Il numero di queste fasi, variabile da tre a dodici a seconda degli autori di trattati alchimistici, è legato al significato magico dei numeri.

I tre stadi fondamentali sono

  • Nigredo o opera al nero, in cui la materia si dissolve, putrefacendosi;
  • Albedo o opera al bianco, durante la quale la sostanza si purifica, sublimandosi;
  • Rubedo o opera al rosso, che rappresenta lo stadio in cui si ricompone, fissandosi.

Natale Seremia

Appassionato da sempre di storia e scienza. Divoratore seriale di libri. Blogger di divulgazione scientifica e storica per diletto. Diversamente giovane. Detesto complottisti e fomentatori di fake news e come diceva il buon Albert: "Solo due cose sono infinite: l’universo e la stupidità umana, riguardo l’universo ho ancora dei dubbi."

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