• 12 Novembre 2021 21:27

SCIENZA & DINTORNI

Divulgazione storica e scientifica – DIRETTORE Fabiana Leoncavallo

La “lebbra” dello stagno e la tragica fine della spedizione Scott

DiNatale Seremia

Set 6, 2019 ,

Nei primi anni del Ventesimo secolo, dopo numerose spedizioni nel continente Antartico, si accesa una feroce competizione per la conquista del Polo Sud. Questa autentica gara vide contrapporsi esploratori di grande fama nazionale, il norvegese Roald Amundsen ed il britannico Robert Falcon Scott.

 Il 1º giugno 1910 la spedizione di Scott salpò con la nave Terra Nova da Londra alla volta dell’Antartide, che distava circa 14.000 km in linea d’aria. Soltanto quando giunse a Melbourne, in Australia, Scott seppe che anche il norvegese era partito con una spedizione per la conquista del Polo Sud. Entrambe le spedizioni partirono nell’ottobre 1911 dai rispettivi campi base (Stretto di McMurdo per Scott e Baia delle balene per Amundsen).

Il 1911 fu un anno gelido anche per le medie antartiche ma questo non distolse Scott,  Edward Wilson, Edgar Evans, Lawrence Oates e il tenente Henry Bowers, che costituivano il gruppetto che avrebbe tentato di raggiungere per primi i novanta gradi di latitudine sud da tentare questa difficilissima impresa.

La carovana costituita essenzialmente da uomini del supporto logistico disseminò lungo il cammino, in punti prefissati, parte dei viveri e del combustibile che i 5 britannici avrebbero dovuto utilizzare nel percorso di ritorno. Il 18 gennaio del 1912, dopo quasi tre mesi di marcia in condizioni difficilissime, anche per alcune scelte sbagliate come una benzina con basso numero di ottani per le motoslitte inutilizzabile a quelle temperature, la spedizione di Scott raggiunse il Polo Sud.

Con sgomento i britannici però vi trovarono una tenda canadese, una sventolante bandiera norvegese ed una lettera fintamente amichevole che salutava l’arrivo dei “secondi” nella corsa per la conquista del Polo Sud. In modo lapidario nel suo diario Scott scrisse: “E’ successo l’irreparabile. Fine di tutti i sogni.” E poi ancora: ” Santo Dio, che posto terribile! Ora dobbiamo tornare a casa, sarà una lotta disperata. Ce la faremo?”

Il ritorno di questo gruppetto demoralizzato di uomini fu reso subito drammatico per settimane da tempeste di neve simili a monsoni. Fame, sete, ipotermia, scorbuto, cancrena si abbatterono duramente su questo manipolo di uomini provati. Il colpo di grazia però fu assestato a Scott ed ai suoi uomini dalla mancanza di combustibile. L’anno precedente nella prima spedizione antartica Scott si era accorto che le taniche di cherosene chiuse con pelle di foca avevano perso una buona metà del carburante, per questo in questa spedizione aveva fatto sostituire i tappi di pelle di foca con tappi di stagno.

Grande fu quindi la costernazione quando arrivati ai primi punti di rifornimento Scott si accorse che molte taniche erano vuote e come se non bastasse che il cherosene fuoriuscito aveva contaminato le scorte alimentari. Senza combustibile non era possibile cuocere il cibo ne sciogliere il ghiaccio per bere. Ben presto uno del gruppo si ammalò e morì. Un altro impazzì e si perse nella tormenta. Scott e gli altri continuarono disperatamente fino a morire d’inedia nel marzo del 1912, a soli 18 chilometri del campo base. Sul diario di Scott con mano tremante fu vergata un’ultima celebre frase: «Fossimo sopravvissuti, avrei avuto una storia da raccontarvi sull’ardimento, la resistenza ed il coraggio dei miei compagni che avrebbe commosso il cuore di ogni britannico. Per amore di DIo, abbiate cura delle nostre famiglie»

Quando la notizia della morte dell’esploratore giunse in Inghilterra una vera e propria disperazione invase il paese, all’epoca Robert Falcon Scott in patria era una vera e propria celebrità. Immediatamente si scatenò la caccia ad un colpevole al fine di non infangare la memoria dell’eroe scomparso, la cui salma fu ritrovata sei mesi dopo la morte e sepolta insieme ai suoi compagni nello stesso punto dove la spedizione di soccorso l’aveva rintracciata.

Ed il colpevole alla fine fu individuato in un elemento della tavola periodica: lo stagno. Questo metallo fin dall’antichità è stato molto usato per la facilità con cui si modella, man mano però che le tecniche di purificazione progredivano ci si accorse che lo stagno si deteriorava con il freddo coprendosi di una patina biancastra simile alla brina.

Lo stagno corroso si indeboliva ed alla fine si sbriciolava. Questo fenomeno, chiamato comunemente anche la “lebbra dello stagno”, non era indotto da una reazione chimica, ma oggi sappiamo che è il prodotto di una differente configurazione dei suoi atomi, una forte chiamata “beta” ed una debole “alfa” che da vita ad oggetti che si deteriorano. Il passaggio da una configurazione all’altra degli atomi dello stagno è correlata al freddo. Ed è probabile che il freddo estremo dell’Antartico associato agli sballottamenti sulla banchisa delle taniche di cherosene abbia prodotto il passaggio alla configurazione alfa degli atomi di stagno con la conseguenza dello sbriciolamento dei tappi dei fusti e la perdita del prezioso carburante.

Si tratta di una forte probabilità di quello che potrebbe aver provocato l’annientamento della spedizione Scott e la fine del sogno britannico di conquistare per primi nel mondo il Polo Sud.

Natale Seremia

Appassionato da sempre di storia e scienza. Divoratore seriale di libri. Blogger di divulgazione scientifica e storica per diletto. Diversamente giovane. Detesto complottisti e fomentatori di fake news e come diceva il buon Albert: "Solo due cose sono infinite: l’universo e la stupidità umana, riguardo l’universo ho ancora dei dubbi."

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