Caporetto: le ragioni di una disfatta – prima parte

Poco meno di tre mesi fa è ricorso il centenario della più disastrosa sconfitta della storia dell’Esercito Italiano, la cosiddetta rotta di Caporetto. A distanza di cento anni essa rappresenta una ferita ancora non del tutto rimarginata e le polemiche e le discrepanti valutazioni tra storici, esperti militari ed intellettuali sono tutt’altro che terminate. In questo e nel prossimo post offriremo una succinta panoramica sulle ragioni della disfatta di Caporetto o dodicesima battaglia dell’Isonzo, partendo da quelle su cui c’è un quasi generale consenso.

I rimpiazzi

La decima e l’undicesima battaglia dell’Isonzo avevano causato una terribile emorragia di uomini nel Regio Esercito. Una vera e propria ecatombe: nella decima battaglia l’Italia aveva riportato 160.000 perdite (tra morti, feriti, prigionieri e dispersi), nell’undicesima circa 145.000.

Ebbene la ricostituzione dei reparti falcidiati da queste insensate carneficine fu operata con rimpiazzi di pessima qualità. SI trattava molto spesso di persone già più volte riformate alla leva, con un’età anagrafica ultratrentenne e spesso addirittura di galeotti che vedevano annullata la pena in cambio del servizio militare. A questi uomini che molti ufficiali giudicavano, forse un po’ sommariamente come “svogliati ed intimoriti”, si aggiungeva la classe del ’99, giovanissimi diciottenni. Sia gli uni che gli altri privi di un vero e proprio addestramento, testimoniavano come il paese stava ormai grattando il fondo del barile del “capitale umano”.

Molti di questi complementi non avevano mai preso in mano un moschetto mod. 91 e non pochi erano feriti di precedenti battaglie forzatamente recuperati. Il dato generale era un morale bassissimo che avrebbe in qualche modo contaminato anche alcuni dei reparti più efficienti dell’esercito. A titolo di esempio il battaglione Monte Berico trincerato sul Krad Vrh, ricevette a mezzanotte del 24 ottobre, appena due ore prima dell’offensiva austro-tedesca, 100 complementi costituiti da gente uscita dagli ospedali, riformati fatti abili, ed imboscati negli uffici e nelle retrovie (scritturali, furieri, addetti alle cucine ed alla logistica).

Gli Ufficiali

Se la qualità dei rimpiazzi era modesta, se possibile quella dei nuovi ufficiali che andavano a riempire le spaventose perdite subite era ancora peggiore. Il livello di preparazione e di efficienza degli ufficiali di fanteria era andato precipitando con il passare della guerra. Secondo alcuni alti ufficiali uno dei motivi di questo drammatico decadimento qualitativo ero lo squilibrio anagrafico venutosi a creare negli ultimi mesi del 1917: troppo anziana la truppa, troppo giovani gli ufficiali.

I sottotenenti di complemento erano ragazzi di venti anni senza alcuna esperienza né della guerra né della vita di caserma e quindi spesso inadeguati al comando sotto il fuoco nemico. In realtà in prossimità dell’offensiva di Caporetto molti di questi giovanissimi non avevano neppure il tempo di essere promossi sottotenente e quindi comandavano compagnie con il grado di aspirante! I veterani non avevano un grande rispetto né si fidavano di questi ragazzi poco più che adolescenti proiettati loro malgrado in una dimensione più grande di loro.

A questa totale impreparazione degli ufficiali contribuì anche la politica delle promozioni del Regio Esercito, agli ufficiali di complemento spesso erano affidati comandi di compagnia ed addirittura di battaglione, perché gli ufficiali di carriera, se non erano morti, erano stati promossi. I tedeschi invece usavano promuovere con parsimonia, quindi era frequente incontrare un tenente con una grandissima esperienza di combattimento. Emblematico in tal senso le vicende dell’allora tenente Rommel che fu promosso capitano soltanto alla fine della Guerra e si trovò con il grado di tenente a comandare forze quasi a livello di reggimento.

Lo stesso sfavorevole divario tra il nostro esercito e quello del nemico, soprattutto quello germanico, era costituito dal livello dei sottufficiali. Una società industrializzata come quella tedesca aveva un buon numero di operai specializzati e capi reparto che fornirono la base per un’ottima classe di sottufficiali, invece un paese come l’Italia , prevalentemente contadino produsse dei graduati generalmente di poco valore, tanto che per moltissimi ufficiali non esisteva alcuna differenza tra loro ed il resto della truppa.

…..continua….

4 commenti

  1. L’analisi, a giusta ragione, punta il dito sulla sopravvenuta scarsa qualità del materiale umano sia a livello di truppa sia a livello degli ufficiali inferiori. Resta da spiegare come pressappoco gli stessi uomini, dopo poche settimane, furono gli eroici protagonisti della “battaglia di arresto” e poi della resistenza sul Piave e sul Grappa, della “battaglia del solstizio” e, infine, della Vittoria.

    1. Author

      Ciao Mario alla tua giusta considerazione si può provare a rispondere con alcuni elementi. Prima di tutto una parte di quel materiale umano inidoneo e sfiduciato fu catturato durante lo sfondamento austro-tedesco. Inoltre a livello di ufficiali, gli aspiranti diciannovenni che non erano morti o fatti prigionieri, dopo una settimana cosi terribile potevano considerarsi quasi dei veterani. Infine combattere sulla linea del Piave era difendere casa tua mentre il fronte sull’Isonzo era terra straniera e gli abitanti del luogo odiavano gli italiani. Un’ultima considerazione dopo la conferenza di Rapallo che aveva sancito la destituzione di Cadorna, gli alleati ci daranno una consistente mano in termini di truppe. L’insieme di queste ragioni può spiegare la difesa della linea del Piave.

  2. Sul Piave combatté un altro esercito per un’altra guerra.
    Per la vittoria bisogna ringraziare gli americani, piaccia o no ai nostri esaltati dalla vittoria e poi offesi per la pace mutilata.

    1. Author

      Hai perfettamente ragione Alessio. Mi stupisce dalle reazioni ad alcuni miei post come ci siano ancora degli invasati che vogliono reintepretare la storia di Caporetto e trasformarla in qualcosa di diverso che una vera e propria disfatta.

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