• 30 Novembre 2021 3:41

SCIENZA & DINTORNI

Divulgazione storica e scientifica – DIRETTORE Fabiana Leoncavallo

Fino  ad un secolo  fa per astronomi ed astrofisici la Terra era immersa  in un unica grande galassia: la Via Lattea. Essa era di fatto tutto quello che esisteva. Le dimensioni potevano farlo  pensare, dai 300 ai 400  miliardi  di stelle, una forma di piatto piano con un diametro di 100.000  anni luce, la stella più vicina a noi, Proxima Centauri a 4 anni  luce di distanza.

Distanze immense, basti pensare che la distanza media tra una stella e l’altra è pari a circa 30  milioni di diametri stellari. Un vuoto interstellare più vuoto di quello prodotto in laboratorio sul nostro pianeta. Insomma l’Universo  non esisteva. 

Nel 1918 l’astronomo statunitense  Harlow Shapley aveva dato una sonora picconata  all’idea che il  nostro Sistema Solare avesse una  posizione privilegiata all’interno  del cosmo. Utilizzando le stelle variabili  RR Lyrae per stimare le dimensioni della Via Lattea  e con il metodo della parallasse concluse che la posizione del Sole all’interno della Galassia non era nelle vicinanze del nucleo centrale bensì  in una  posizione  periferica.

Shapley conquistò una grande popolarità  e finì lui  stesso per considerarsi  una sorta di novello Copernico ma il  suo momento di gloria non durò molto, perché nel  1924, un altro astronomo americano, quello  che  viene considerato come l’astronomo più importante del Novecento, Edwin Hubble fece la più incredibile e frastornante  delle  scoperte: la nostra galassia era solo una delle  tantissime che popolavano il cosmo.

Era nato l’Universo  come adesso lo conosciamo. Hubble studiava la  nebulosa di Andromeda  che tutti  fino  a quel momento consideravano una nebulosa di gas all’interno  della  Via Latta. Servendosi del  Telescopio Hooker da 100 pollici, allora il più potente del mondo, situato sul  monte Wilson a 1743 metri di quota, Hubble  scoprì che  Andromeda era in realtà  un’altra galassia molto grande e molto distante  dalla Via Lattea.

Non fu difficile  scoprire a  quel punto che lo  spazio era ricolmo di altre galassie, distribuite in  modo omogeneo che il grande astronomo  americano iniziò a classificare in base alla  forma: ellittiche, a spirale,  irregolari.

La Via Lattea era soltanto una galassia in uno sterminato mare  di  galassie. Hubble però  non  si fermò  qui e fece un’altra  rivoluzionaria scoperta,  nel 1929 comunicò  alla  comunità scientifica ed al mondo intero  che le galassie si  allontanavano  l’une dalle altre formulando la legge empirica di distanza di redshift delle galassie, oggi nota come legge di Hubble.

Questo significava che  il  nostro Universo, quell’universo scoperto appena qualche anno prima era in espansione. Era un incredibile  picconata  all’idea di universo statico sostenuta da Newton ed anche da Einstein che nel 1917 aveva avuto gli stessi risultati nella Teoria della relatività  generale ma, non volendo accettare le implicazioni   che potevano conseguirne, introdusse nelle equazioni una costante cosmologica. Quando Einstein venne a conoscenza della scoperta di Hubble, disse che quella costante (che eliminò  prontamente dalle sue equazioni)  era stato l’errore più grande della sua vita.
La scoperta di Hubble  aprirà la  strada alla teoria del Big Bang ed  alla stima dell’età del  nostro universo che oggi calcoliamo in circa 13,8 miliardi di anni.

Purtroppo  Hubble morì relativamente  giovane  a 64 anni stroncato da un infarto il 28 settembre del  1953.

Natale Seremia

Appassionato da sempre di storia e scienza. Divoratore seriale di libri. Blogger di divulgazione scientifica e storica per diletto. Diversamente giovane. Detesto complottisti e fomentatori di fake news e come diceva il buon Albert: "Solo due cose sono infinite: l’universo e la stupidità umana, riguardo l’universo ho ancora dei dubbi."

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