Uccidete Yamamoto #3

Ore 19.00 del 17 aprile 1943, il Ministro della Marina Knox viene introdotto nello Studio Ovale, dove trova il Presidente Roosevelt, suo amico personale, stanco ed affaticato.
In breve gli espone la possibilità di assassinare il comandante in capo nipponico, lo informa del parere favorevole di Nimitz, Halsey e degli altri, gli esterna i suoi dubbi sulla moralità di una simile decisione, sul rischio che questa azione possa instillare nei giapponesi il dubbio sull’affidabilità del loro cifrario, sulla possibilità che il successore di Yamamoto si riveli ancora più capace del predecessore.
Infine Knox dice chiaramente che sente il bisogno di una presa di posizione politica che venga dalla più alta carica dello Stato. Il Presidente non batte ciglio, si limita a formulare qualche domanda tecnica sulle modalità della missione e la autorizza.

Alle ore 20.00 dal Pentagono viene trasmesso l’ok definitivo all’operazione.
Alle ore 21.00 quattro bombardieri B.24 Liberator, provenienti da una base nella Nuova Guinea, dopo quasi tre ore di volo, atterranno alla base di Henderson Fields con un carico di serbatoi supplementari da installare sotto le ali dei P.38 Lightning . Il maggiore Mitchell constata che ci sono serbatoi sufficienti per equipaggiare 18 aerei, sei per l’attacco vero e proprio e 12 come scorta.
Quella notte nessun tecnico e meccanico dormirà nella base aerea di Guadalcanal, il caffè scorrerà a fiumi nella lotta contro il tempo per allestire la squadriglia destinata all’attacco dell’aereo dove viaggerà Yamamoto ed ai sei caccia Zero di scorta.

Ore 5.00 del 18 aprile 1943, mentre i meccanici effettuano il rifornimento di carburante agli aerei cosi modificati, Mitchell effettua l’ultimo briefing con i piloti che parteciperanno alla missione,tutti si stanno accingendo al volo più lungo della loro carriera e non nascondono una certa emozione.

Ore 6.00. Un’alba limpida accoglie il decollo dei 18 P.38 Lightning , nello stesso momento nella base giapponese di Rabaul, l’ammiraglio Yamamoto, puntuale come un orologio svizzero sale sul bombardiere a medio raggio Mitsubishi destinato a portarlo all’appuntamento con la morte.
Ai comandi dell’aereo c’è uno dei migliori e più esperti piloti giapponesi, insieme a Yamamoto prendono posto il suo segretario personale, l’Ufficiale di Stato Maggiore responsabile del collegamento tra Aviazione e Marina, ed il Medico Ufficiale della Flotta. In un secondo bombardiere altri membri dello Stato Maggiore tra cui l’Ammiraglio Ugaki. I due bombardieri decollano e raggiungono in quota i sei caccia di scorta in attesa.
Intanto la squadra d’attacco guidata personalmente dal Maggiore Mitchell vola in formazione ed in rigoroso silenzio rado all’appuntamento con l’ambita preda.
Intorno alle 9.00 i due bombardieri si apprestano alla progressiva discesa verso l’isola di Bouganvillae, mentre i caccia americani che fino allora hanno volato rasente l’acqua per evitare una possibile intercettazione iniziano a salire verso la quota d’attacco stabilita.
Sono le 9.35 australiane quando i P.38 Lightning giungono alla quota di 2.000 metri, da un momento all’altro si aspettano di avvistare gli aerei giapponesi.
Improvvisamente un aereo americano rompe il silenzio radio: Nemici ad ore 10! Per un attimo Mitchell rimane sconcertato, c’è un bombardiere in più di quanto previsto, due Mitsubishi invece che uno soltanto. Senza frapporre ulteriore indugio ordina al gruppo comandato dal capitano Thomas G. Lanphier di attaccare.
Gli Zero avvistano i caccia americani ed intuiscono il pericolo e si lanciano contro di essi. Mitchell reagisce immediatamente via radio: Lascia stare gli Zero, Tom! Dai addosso ai bombardieri. Lascia perdere il resto, pensa ai bombardieri! Con i suoi 12 caccia Mitchell ingaggia un furioso combattimento con gli Zero di scorta. Nonostante si battano al meglio, ogni Zero deve vedersela con due avversari ed il loro destino è segnato.
Intanto i due Mitsubishi tentano una manovra evasiva, nessuno degli illustri ospiti si è reso conto ancora del gravissimo pericolo. L’areo di Yamamoto viene centrato ripetutamente dalle raffiche dei caccia di Lanphier e Barber che in seguito rivendicheranno entrambi l’abbattimento. Il secondo Mitsubishi su cui viaggia l’Ammiraglio Ugaki dello Stato Maggiore di Yamamoto, colpito a sua volta, effettua una specie di ammaraggio di fortuna a circa 200 metri dalla riva dell’isola.
Ugaki con un braccio fratturato riuscirà ad aggrapparsi ad un pezzo del relitto e mettersi in salvo, mentre anche il secondo Mitsubishi affonda nell’oceano.
La missione ha avuto un completo successo tutti i P.38 Lightning meno uno torneranno alla base.
Il giorno dopo, 19 aprile Halsey apre la consueta riunione mattutina dello Stato Maggiore con la notizia che l’artefice dell’attacco a Pearl Harbour era stato eliminato. La notizia viene accolta con grida di giubilo e pugni sbattuti sul tavolo.
Nel frattempo, quella mattina stessa, verso le 10.30 i giapponesi hanno già avviato le ricerche per rintracciare i resti dell’aereo di Yamamoto, dopo alcune ricognizioni aeree lo avvistano nella giungla e le squadre di ricerca facendosi letteralmente largo a colpi di machete recuperano il corpo ancora legato al seggiolino del grande Ammiraglio giapponese.
I suoi resti vengono cremati, le ceneri messe in un’urna ed in segreto una corazzata li trasporterà a Tokyo. Nessuno ha ancora informato l’opinione pubblica della morte del Comandante in Capo delle forze aereo-navali nipponiche.
Il 21 aprile viene nominato il successore di Yamamoto si tratta di Mineiki Koga, mentre i giapponesi saranno informati della morte del Comandante in Capo, da un commosso speaker, in una trasmissione radio soltanto il 21 maggio.
I funerali di Stato si svolsero il 5 giugno a Tokyo con la partecipazione di una folla commossa e in lacrime di oltre un milione di persone.
Il primo incontro della stampa con Koga si rivelerà disastroso, il nuovo comandante in capo, farà trapelare un profondo pessimismo sull’esito della guerra tanto che la censura militare dovette intervenire per esigere una versione più addomesticata ed accettabile delle sue dichiarazioni.
Dall’altro lato dell’Oceano, Washington si limitò ad informare che aveva appreso dalle comunicazioni radio giapponesi della morte di Yamamoto. Nessuno aveva infranto il segreto e rivelato che la causa della scomparsa di un cosi temibile avversario era dovuta ad una spettacolare azione militare.
I tempi non erano ancora maturi.

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