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Tex, l’Immortale

Nessuno poteva immaginare nell’ormai lontano 1948, in un’Italia ancora in pezzi dopo la guerra, che le fortune editoriali di un oscuro eroe del fumetto sarebbero state cosi longeve e che addirittura le avventure del più famoso ranger dei comics sarebbero entrate nel costume di un popolo.
Quando Gian Luigi Bonelli ed Aurelio Galleppini, diedero vita a Tex, certamente neanche nei loro sogni più arditi avrebbero potuto immaginare che settanta anni dopo il nostro eroe sarebbe stato ancora in pubblicazione, questo mese è uscito il n. 697 “Manhattan”.

Conosciamo tutti i tratti distintivi di Tex Willer, nato fuorilegge e trasformatosi dopo pochi numeri in integerrimo rappresentante della Legge, che amministra non sempre con metodo ortodossi.
Ci sono anche però alcuni aspetti meno edificanti di Aquila della Notte (come viene chiamato dai suoi navajos), ad iniziare dal carattere bacchettone e misogino con le donne.
Dopo aver perso la giovane moglie indiana Lilith infatti le donne sembrano scomparire dall’orizzonte del nostro eroe, che in seguito al triste episodio entra di fatto nella schiera dei vedovi inconsolabili. Paradossalmente il suo compagno d’avventure per antonomasia, l’attempato Kit Carson (unico personaggio con basi storiche della saga di Tex) è molto più sensibile al fascino muliebre.
Tex non è certamente razzista, anche se nei primi numeri neri, messicani e cinesi non sono proprio trattati in modo politically correct.
Le simpatie verso i pellerossa sono invece evidenti fin dall’inizio. Gli indiani sono considerati da Tex oppressi e spesso ingannati dall’uomo bianco e il nostro eroe pur non riuscendo ad invertire il corso della storia si batte per sanare le ingiustizie più evidenti.

Non dimentichiamo che il figlio di Tex è un mezzosangue, una persona di confine tra le due culture del west anche se i disegnatori diluiranno le fattezze indiane di Kit Willer rendendolo più vicino possibile alla sua metà “bianca”.
I “difetti” di Tex, a volte vanaglorioso e un po’ troppo pieno di sé, ma sempre sorretto da ideali e sani princìpi, si estendono anche ai suoi pard, soprattutto a quel Kit Carson, che è in realtà molto diverso se non per una vaga somiglianza fisica, del vero eroe del West, che “odiava bistecche e patatine” e non rinunciava certo ai piaceri del sesso. Infatti, il vero Carson (1809-1868) ebbe 3 mogli (due indiane e la terza, Maria Josefa Jaramillo, sposata quando lei aveva solo 14 anni) e 8 figli e morì a 59 anni di infarto, a Fort Lyon, nel Colorado. A differenza della figura semi-comica del fumetto, fu un uomo piuttosto duro, che combattè Apache, Kiowa e Comanche, sconfisse i Navajo costringendoli alla resa e si meritò il grado onorario di generale di brigata dei volontari nell’esercito dell’Unione.

Il quartetto è completato, dopo Carson e il figlio Kit, dal fedele indiano navajo Tiger Jack che a volte sembra il servitore indigeno di Tex ed a volte una specie di tata (soprattutto nei primi episodi) dello scavezzacollo Kit Willer.

Quello che disturba di più il sottoscritto che legge Tex da oltre 50 anni e che il Ranger per antonomasia è cristallizzato nel tempo intorno ai quarant’anni, Carson nato già vecchio adesso ha la mia età. mentre io non mi riconosco più!

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