• 10 Aprile 2021 22:03

SCIENZA & DINTORNI

Blog di divulgazione storica e scientifica

Sul più celebre quartetto pop della storia della musica si sono scritte migliaia di pagine e ogni aspetto della loro vita professionale e privata è stato, a volte impietosamente, scandagliata. Merita però spendere qualche riga sulla persona che di fatto ha effettivamente “scoperto” i quattro ragazzi terribili di Liverpool.

Raymond Jones faceva il meccanico ma aveva un grande passione per la musica. Collezionava dischi, ascoltava per ore la radio e batteva tutte le cantine ed i club dove suonavano gruppi sconosciuti o disc jockey. Un sabato di ottobre del 1961, il diciottenne Jones entrò in uno dei suoi negozi di dischi preferito, il NEMS di Whitechapel Street.

Cercava disperatamente un disco che aveva ascoltato in una delle sue tante serate in giro per club e pub dove si faceva musica. Il pezzo che cercava si intitolava My Bonnie ed era cantato da un certo Tony Sheridan, che l’aveva registrato ad Amburgo con un quartetto inglese – sul disco figuravano come Beat Brothers ma in realtà si chiamavano Beatles.

Il proprietario del negozio, Brian Epstein, che diverrà il celebre manager dei fab four, cade dalle nuvole, cerca ma non trova niente, neppure all’interno dei cataloghi con i quali acquista o prenota i dischi in commercio. Eppure il NEMS è il miglior negozio di dischi di tutta Liverpool.

Epstein ha 28 anni, di origine ebraica, una carriera scolastica disastrosa. Non sa niente di marketing e non è mai entrato in una casa discografica, ma ha intuito, è tenace e soprattutto è un geniale visionario.

Puntigliosamente Epstein inizia ad investigare sulla canzone e sui suoi esecutori e finalmente scopre che i Beatles non solo erano di Liverpool ma suonavano regolarmente in un locale a non più di duecento metri dal suo negozio – il Cavern Club, in Mathew Street.

Un paio di settimane dopo si reca nel locale durante l’orario di chiusura del NEMS. Ecco come descrive il Cavern Club:

Era un luogo oscuro, umido, una fetida cantina dove si accalcavano decine di ragazzi eccitati per quei quattro sul palco: sporchi, con i capelli lunghi, in jeans e giubbe di cuoio. Non si curavano dell’aspetto ma della musica sì, tutta l’energia era focalizzata su quel punto: e mi piacquero per quello, per la freschezza e la sincerità. Capii subito che avevano qualcosa di speciale”.

Ad un certo punto si avvicina a questi quattro ragazzi ed in una pausa tra un pezzo e l’altro, dopo averli guardato intensamente dice: “E’ evidente che avete bisogno di un manager. Vi va bene se lo faccio io?“. Dopo un silenzio di qualche secondo John Lennon rispose si, con la sua voce bassa e roca. Gli altri annuirono.

In quella cantina buia e puzzolente nasce un sodalizio che creerà uno dei più grandi fenomeni musicali di tutti i tempi. L’anno dopo i Beatles, esattamente nel mese di luglio, vengono ingaggiati dalla Parlophone, una sotto etichetta della grande casa discografica EMI.

Solo poco tempo prima erano stati “bocciati” dalla DECCA che aveva giudicato la loro musica “inattuale” prendendo una delle topiche più grandi dell’intera storia della musica. Nel giro di sei mesi i Beatles piazzano una “tripletta” di successi memorabile (Love Me Do, Please Please Me, From Me To You) che li proietterà verso un successo planetario.

In quanto al buon Raymond Jones che aveva messo sulla pista giusta il furbo Epstein la sua vicenda rimarrà sconosciuta fino a quando non ne parlerà lo stesso manager dei Beatles che dipinse l’entusiasta “cacciatore” di My Bonnie, come un giovane trasandato di 18 anni vestito con una giacca di pelle. In seguito per placare l’irritazione del buon Ray, Epstein lo incontrò scusandosi ed offrendogli due drink.

Fu tutto quello che il meccanico di Liverpool raccolse da quell’immensa gallina dalle uova d’oro che furono i Beatles.

 

Natale Seremia

Appassionato da sempre di storia e scienza. Divoratore seriale di libri. Blogger di divulgazione scientifica e storica per diletto. Diversamente giovane. Detesto complottisti e fomentatori di fake news e come diceva il buon Albert: "Solo due cose sono infinite: l’universo e la stupidità umana, riguardo l’universo ho ancora dei dubbi."

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.