• 10 Aprile 2021 22:34

SCIENZA & DINTORNI

Blog di divulgazione storica e scientifica

Le grandi pandemie del passato hanno mutato più volte il corso della Storia dell’umanità, quanto e talvolta di più di guerre, carestie, rivoluzioni e crisi ambientali. Uno dei casi classici, ormai conosciuto da molto tempo è la cosiddetta “peste di Giustiniano“.

La peste di Giustiniano

Nel 541 e.v. Giustiniano I (482-565) dopo aver condotto una serie di aspre battaglie contro Goti e Vandali, aveva di fatto riconquistato gran parte dell’Impero d’Occidente, quando un nemico invisibile e spietato colpirà così duramente da vanificare la faticosa riconquista. La piaga si diffuse fino ad arrivare alla stessa capitale dell’Impero Romano d’Oriente, Costantinopoli, facendo migliaia di vittime. Lo stesso Giustiniano si ammalò, riuscendo però a sopravvivere al morbo.

Procopio di Cesarea riportò come, al culmine, l’epidemia uccideva 10.000 persone al giorno nella sola Costantinopoli, una stima forse gonfiata dallo stato generale di allarme (storici moderni parlano comunque di circa 5.000 vittime al giorno, arrivando ad uccidere il 40% della popolazione cittadina, mentre guardando al Mediterraneo orientale la riduzione di popolazione dovette essere attorno al 25%). La pandemia ebbe serie ripercussioni sulla guerra gotica e con ogni probabilità impedì definitivamente che fosse messo un argine duraturo alle invasioni barbariche.

Per diverso tempo gli scienziati si sono divisi sulla natura dell’agente patogeno: alcuni sostenevano che fosse una variante molto aggressiva della Yersinia Pestis (simile a quella della peste nera che flagellerà il Medioevo), altri sostenevano che si trattasse di un’influenza particolarmente virulenta, simile alla cosiddetta “spagnola” del 1918-20.

Finalmente biologi ed archeologi, lavorando fianco a fianco, recuperando il DNA da denti ed ossa dell’epoca, hanno stabilito senza ulteriori dubbi che il patogeno responsabile della “peste di Giustiniano” fosse lo Yersinia Pestis e che la sua provenienza non fosse stato l’Egitto come si credeva, bensì la Cina occidentale.

Il ruolo del DNA nella ricerca dei patogeni

L’aumentata capacità di estrarre DNA dai resti umani ed in particolare dai denti sta aiutando storici e scienziati a riempire alcune grandi lacune dei libri di storia. Le ricerche hanno permesso inoltre di appurare come questi microrganismi sono particolarmente letali quando incontrano popolazioni mai esposte alla loro azione e che quindi hanno bassi livelli di immunità naturale. L’aumento dei commerci e della mobilità internazionale e le fasce più povere ed emarginate delle popolazioni favoriscono questo schema che stiamo riscontrando anche nell’attuale pandemia di Covid19.

L’aumentata capacità di estrarre sequenze abbastanza complete di DNA dai denti ha portato, ad esempio, nel 2011 ad accertare che fu proprio il bacillo di Yersinia Pestis, il responsabile dell’epidemia di peste di Londra (1665-1666). Questa scoperta ha confermato che fu lo stesso microbo il responsabile della pandemia medievale che falciò almeno il 30% della popolazione europea tra il 1348 e il 1351. Nel 2016 i ricercatori hanno compreso che il ceppo del patogeno medievale non era più aggressivo del moderno Y. Pestis, decisamente meno letale.

L’altissimo numero di morti è pertanto da imputare ad una prolifica popolazione di ratti che importarono il patogeno in comunità affollate e malnutrite, città anche fiorenti ma con condizioni igieniche pessime. Affollamento, malnutrizione e igiene quasi inesistente funsero da acceleratori della letalità.

Una pandemia preistorica

La migliorata tecnologia genomica però ha permesso di scoprire che ne la pandemia dell’alto medioevo ne quella di Giustiniano sono state le prime provocate da Y. Pestis, alterando la storia dell’umanità su scala transcontinentale. Nel 2015, 101 genomi estratti da scheletri sepolti nella steppa euroasiatica hanno stabilito che una popolazione della prima Età del Bronzo, la cultura Yamnaya, scesa dalla steppa circa 5.000 anni fa, prese il posto delle comunità agricole neolitiche in Europa.

I nuovi arrivati avevano cavalli addomesticati, una buona conoscenza metallurgica, e probabilmente erano una popolazione guerriera. Tutte queste caratteristiche però non erano sufficienti a spiegare il rapido declino delle popolazioni neolitiche europee, prospere e ben organizzate. Questi dubbi hanno spinto Kristian Kristensen, dell’Università di Goteborg, uno degli archeologi impegnati in questa ricerca, a chiedersi se il crollo della popolazione autoctona europea avvenuta in concomitanza con l’arrivo degli Yamnay, non fosse il risultato di una malattia “importata” da quest’ultimi.

Quando il pool di ricercatori ha sequenziato i 101 genomi umani antichi ha scoperto non solo DNA umano ma anche un cocktail di virus, batteri e contaminazioni ambientali moderne. Grazie alle nuove tecniche di sequenziamento messe a punto nel 2015 i ricercatori hanno stabilito che il 7% dei resti umani aveva tracce di DNA della peste nei denti. Molto probabilmente questa era anche la causa della morte di quegli individui, colpiti da una forma particolarmente letale di questa malattia, la peste setticemica. Secondo Kristensen la frammentarietà di molte sequenze genomiche non permette di essere categorici, ma l’archeologo sospetta che la percentuale di persone colpite dal patogeno potrebbe essere molto superiore al 7% accertato.

Gli Yamnay che avrebbero importato il patogeno, essendo stati probabilmente a contatto con il microbo per centinaia di anni dovevano possedere un certo grado di immunità che conferì loro un vantaggio considerevole rispetto alle popolazioni neolitiche europee. Questo evento se confermato da ulteriori ricerche avrebbe certamente cambiato il corso della storia europea, modificando perfino le lingue parlate fino a quel momento.

L’evoluzione di Yersinia Pestis

Gli studi sul DNA del batterio della peste hanno permesso agli scienziati di saperne di più sulla sua evoluzione. Nella sua variante risalente a 5000 anni fa, Yersinia Pestis non era veicolata dalle pulci dei ratti, come nel caso della peste nera. Infatti l’antico batterio era sprovvisto di un enzima che il moderno microbo sfrutta per impedire di essere digerito dall’intestino delle pulci.

Con ogni probabilità il patogeno si trasmetteva per aerosol, attraverso la tosse di uomini o animali. Poi 4.000 anni fa, Y. Pestis acquisì un gene chiamato ymt, probabilmente mutuato da un altro batterio intestinale che gli permise di codificare l’enzima protettivo. Da allora il batterio della peste ha potuto vivere nelle pulci e spostarsi attraverso esse. Ulteriori mutazioni impedirono sempre di più qualunque possibilità della pulce di sfamarsi con l’ospite. Non solo, queste mutazioni provocavano irrefrenabili attacchi di fame nella pulce che mordeva qualunque mammifero alla sua portata, trasmettendo così l’infezione.

Il commercio grande diffusore di patogeni

E’ poi indubbio che un ruolo fondamentale nella diffusione non soltanto delle epidemie di peste, ma anche di lebbra, tubercolosi, epatite B e parvovirus lo ebbero la mobilità sociale e le rotte commerciali. Il commercio a lunga distanza favorì lo scambio di malattie su scala globale. Così come l’addensamento urbano svolse un ruolo di moltiplicatore delle infezioni.

La distribuzione dei genomi di epatite B, ad esempio, corrisponde perfettamente alle rotte migratorie dell’uomo nell’Età del Bronzo e in quella del Ferro.

Il ruolo degli animali

Ma non furono soltanto i flussi migratori ed il commercio ad avere un ruolo diffusivo di questi patogeni. Gli animali giocarono (e giocano ancor oggi) una dinamica fondamentale nello sviluppo di epidemie. Nel Regno Unito ad esempio una delle ultime popolazioni di scoiattoli rossi ospita ancora un ceppo medievale di lebbra. Questi animaletti furono importati nell’isola dai vichinghi.

Così come un ceppo di tubercolosi che colpisce gli uomini è arrivato in Sud America “trasportato” dalle foche.

L’annientamento della civiltà azteca

Crescita demografica, relazioni commerciali ad ampio raggio e crescenti interazioni con il mondo animale avranno un impatto devastante nel Nuovo Mondo con l’arrivo degli europei. L’impero azteco crollò sotto l’invasione di una pattuglia di conquistadores appoggiati da alcune fazioni ribelli, ma dopo la conquista avvenuta nel 1521, una spaventosa pandemia uccise fino all’80% della popolazione azteca.

Per molto tempo non si è stati sicuri sull’identità del patogeno responsabile di questa strage. Finalmente, due anni fa, nel 2018, grazie all’estrazione di DNA in scheletri coevi, si è scoperto che in oltre il 50% di essi era presente il batterio Salmonella paratyphi, responsabile di una gravissima malattia intestinale. E’ quasi certo che questo batterio provenisse dall’Europa, attraverso i conquistadores.

L’azione del batterio fu favorita ed amplificata dal fatto che proprio in quegli anni una grave siccità colpì il Messico, lasciando la popolazione indebolita e particolarmente esposta agli effetti del batterio. Le conseguenze furono l’annientamento di un’intera civiltà.

La Storia non la fanno solo i Re…

Oggi il grande sviluppo della medicina e della tecnologia, le migliorate condizioni igieniche (almeno per una parte importante del globo) ci permettono di affrontare con armi immensamente superiori le pandemie.

Lo schema diffusivo però è sostanzialmente lo stesso di quello di migliaia di anni fa. Le ricerche compiute attraverso lo studio del DNA fossile ci dimostra inequivocabilmente che i grandi eventi della Storia non sono definiti soltanto da guerre e grandi personaggi ma anche forgiati da un esercito invisibile di virus e batteri che più di una volta ha decretato la fine o il declino di grandi imperi.

Natale Seremia

Appassionato da sempre di storia e scienza. Divoratore seriale di libri. Blogger di divulgazione scientifica e storica per diletto. Diversamente giovane. Detesto complottisti e fomentatori di fake news e come diceva il buon Albert: "Solo due cose sono infinite: l’universo e la stupidità umana, riguardo l’universo ho ancora dei dubbi."

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