• Dom. Feb 28th, 2021

SCIENZA & DINTORNI

Blog di divulgazione storica e scientifica

Agli inizi del Quattordicesimo secolo Venezia si pose in maniera pressante l’obiettivo di un dominio in terra ferma. Fino ad allora questo potente e ricco impero coloniale e mercantile del Mediterraneo infatti nell’entroterra non arrivava a Mestre.

L’obiettivo diventa una necessità quando Cangrande della Scala, signore di Verona, amico e protettore di Dante, si impadronisce di Feltre, di Belluno, di Vicenza e poi si impossessa della stessa Padova installando, nel 1329, propri doganieri a Mestre. Neppure la sua morte aveva fermato le brame di conquista del casato, il figlio Mastino in breve tempo aveva annesso Parma e Brescia e scavalcato l’Appennino si era impossessato di Lucca.

Non soddisfatto, aveva iniziato ad intralciare il monopolio del commercio del sale di Venezia, importando salgemma da Salisburgo e costruendo saline a Petta di Bo, al margine della laguna, proprio sotto il naso dei Veneziani.

I venti di guerra iniziarono a spirare forti nella città lagunare che però riuscì attraverso trattative con Marsilio da Carrara, signore anche di Padova, Monselice, Este, Castelbaldo, Cittadella e Bassano, ad acquisire il dominio sulla città di Treviso. Finalmente Venezia con il possesso di Treviso e della Marca Trevigiana aveva un importante estensione territoriale in terra ferma.

Veniva messo fine ad un isolamento territoriale nella penisola italica durato quasi 600 anni. Contrariamente agli standard spietati con cui i veneziani gestivano le loro colonie disseminate per tutto il Mediterraneo, gli abitanti di Treviso furono trattati con sorprendente equanimità.

Rafforzare la propria posizione in Italia era per altro di vitale importanza per Venezia che sotto il profilo internazionale si trovava a gestire i cretesi in perenne rivolta, i turchi ed i concorrenti genovesi che adesso che avevano aumentato le loro concessioni a Costantinopoli, avevano riconquistato le isole di Chio e di Lesbo e anche le miniere di allume di Focea.

Sotto il doge Bartolomeo Gradenigo nel 1341, Venezia si trovava ad affrontare l’ennesima insurrezione di Creta ed un calo dei commerci verso Cipro, la Romania ed il Mar Nero. La città inoltre fu vittima di una delle più grandi calamità naturali della sua storia, il violentissimo fortunale del 15 febbraio 1340 da cui nascerà una delle più note leggende veneziane, quella dell’anello del pescatore. Quella tempesta non fu certamente l’ultima che colpì la città lagunare ma altri e più perniciosi eventi si abbatteranno su Venezia, quando la carica di doge venne assunta dal trentasettenne colto ed elegante Andrea Dandolo, eletto nel 1343.

Amico di Francesco Petrarca, la sua magistratura si aprì inizialmente sopra i migliori auspici. Poi la colonia veneziana di Zara, il 22 luglio 1345, per la settima volta insorge. E la situazione precipita. La ribellione era stata sobillata da uno dei nemici giurati di Venezia, il Regno d’Ungheria e fu necessaria una difficile campagna militare per costringere alla resa Zara.

Nel frattempo tra il 1347 e il 1348 Venezia viene colpita da un maremoto, da un terremoto e soprattutto dall’epidemia della peste nera. Nonostante un’azione decisa per contrastare questo flagello e la nomina di tre Savi incaricati di contrastarne la diffusione, quasi tre quinti della popolazione veneziana fu falciata dall’epidemia di peste.

Superata faticosamente l’epidemia, la tensione latente con Genova tornò ad esplodere quando alcune navi veneziane furono sequestrate a Caffa dai genovesi. Il 6 agosto 1350 una squadra navale armata con i proventi di un prestito forzoso salpava per l’Oriente. Era di nuovo guerra contro l’acerrima rivale.

La squadra navale comandata da Marco Ruzzini subì una prima disfatta quando la flotta genovese guidata da Filippo Doria piombava sulla città di Negroponte, grosso centro mercantile veneziano (l’odierna Chalkìs), e la metteva a sacco, liberava i prigionieri genovesi e riprendeva il mare.

La sconfitta costò la destituzione del Ruzzini ed il processo al comandante delle difese di Negroponte. Per evitare di rimanere pericolosamente isolata, Venezia cerò un alleato nel Tirreno, trovandolo nel re d’Aragona, il quale chiedeva, è vero, cospicui finanziamenti, ma era in grado di fornire navi e combattenti di provato valore. Questa alleanza porterà il 29 agosto del 1953 ad una grande battaglia navale nei pressi di Alghero che vide la vittoria dell’alleanza aragonese-veneziana. Genova perse in quel drammatico scontro ben 41 galere.

Contrariamente a quanto sperava la Repubblica veneta però Genova non cercò di intavolare negoziati per arrivare ad una pace. I genovesi sorpresero Venezia rinunziando ad una parte della loro sovranità in cambio dell’aiuto dei Visconti contro la città lagunare. Milano era un nemico troppo potente e quindi la Repubblica di San Marco accolse favorevolmente l’apertura di una trattativa affidata a Francesco Petrarca, amico del doge Dandolo.

Non sappiamo perché, la trattativa però fallì. Di questo fallimento Dandolo si porterà addosso le accuse di essere un guerrafondaio e di aver messo Venezia in una posizione di grave pericolo. Poco dopo una flotta genovese capitanata da Pellegrino Doria risalì l’Adriatico e metteva a ferro e fuoco la città istriana di Parenzo.

Il 4 novembre 1354, la flotta veneziana di Nicolò Pisani, alla fonda nella baia di Portolongo in Grecia, dove avrebbe dovuto trascorrere l’inverno, veniva aggredita di sorpresa e letteralmente distrutta. Andrea Dandolo era morto nel mese di settembre e per sua fortuna non poté assistere al disastro militare della Repubblica ed alla riprovazione popolare verso la sua persona accusata di essere la principale responsabile delle disgrazie della città.

Natale Seremia

Appassionato da sempre di storia e scienza. Divoratore seriale di libri. Blogger di divulgazione scientifica e storica per diletto. Diversamente giovane. Detesto complottisti e fomentatori di fake news e come diceva il buon Albert: "Solo due cose sono infinite: l’universo e la stupidità umana, riguardo l’universo ho ancora dei dubbi."

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