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SCIENZA & DINTORNI

Blog di divulgazione storica e scientifica

Nel quartiere londinese di Southwalk, al 21 New Globe Walk, Maiden Lane, viene costruito nel 1599,  dalla compagnia teatrale a cui William Shakespeare apparteneva, i Lord Chamberlain’s Men, il Globe Theatre che fino al 29 giugno 1613, quando un incendio lo distruggerà, sarà uno dei templi principali del teatro elisabettiano.

Qui vennero recitati i drammi del grande bardo, ma anche di Marlowe e Ben Jonson, i principali esponenti di un’era straordinaria, passata alla storia come teatro elisabettiano, dal nome di Elisabetta I Tudor, la regina vergine, che siederà sul trono d’Inghilterra dal 1558 fino alla sua morte, avvenuta il 24 marzo 1603.

All’epoca il concetto di teatro era molto diverso da quello del Diciannovesimo secolo forgiato su misura sugli interessi dell’aristocrazia e della borghesia. Il teatro elisabettiano era una manifestazione artistica popolare e proprio la struttura del Globe Theatre ci aiuta a capire come non si trattasse di un luogo destinato esclusivamente a gentiluomini incipriati ed imparruccati.

La struttura in legno, chiamata anche “the wooden O”, era ottagonale e presentava uno spazio aperto al centro, per far entrare la luce naturale. Il teatro poteva contenere fino a 3200 persone. Il prezzo d’ingresso era, nell’età elisabettiana, di 1 penny per i posti in piedi (al centro del teatro e a ridosso del palco) e di 2 penny per i posti a sedere nelle tre gallerie circolari. Una tettoia in caso di pioggia riparava sia le gallerie dove sedevano aristocratici e borghesi che i costosissimi costumi degli attori (esclusivamente maschi, dato che fino al 1660 alle donne era vietato comparire sulle scene).

La parte centrale del palcoscenico aggetta di oltre un metro rispetto alle due zone laterali, di conseguenza l’attore recita avendo il pubblico distribuito su tre lati. Un palcoscenico spoglio, con una scenografia che oggi definiremmo minimalista. Ai tempi di Shakespeare, Londra aveva ben sette teatri, tanta era la fame di teatro di un enorme e composito pubblico di popolani ed aristocratici che frequentavano le sale per i testi messi in scena. La corte reale assisteva alle stesse rappresentazioni che la gente comune vedeva nei teatri pubblici.

Gli spettacoli cominciavano alle due del pomeriggio. Nella platea scoperta ed in terra battuta, se pioveva, gli spettatori appartenenti alle classi più umili si infradiciavano ed a Londra la pioggia era (ed è) frequente in certe stagioni. Macellai, marinai, merciai, prostitute, muratori, conciatori ingannano il tempo di attesa tra una rappresentazione e l’altra, giocando a carte, mangiando, ridendo e qualche volta scatenando delle cruente quanto brevi scazzottate. Sono uomini e donne pressati in uno spazio angusto e l’aria non tarda a farsi greve di odori di corpi poco inclini ad un’igiene personale quotidiana. Per mitigare questi miasmi a volte si bruciano bacche di ginepro.

Sopra questa massa brulicante ed irrequieta, nelle gradinate coperte, seduti comodamente, dopo aver pagato uno scellino per l’ingresso, aristocratici e borghesi mangiano, fumano e bevono anche loro ingannando il tempo in attesa delle rappresentazioni.

Tra questi due diversi tipi di pubblico che però condividono lo stesso spazio e lo stesso interesse, volano ogni tanto provocazioni, insulti, oscenità, battute grevi. D’altra parte si tratta di un pubblico che partecipa attivamente alle opere rappresentate e si abbevera a testi che hanno una potenza evocativa in grado di sorreggersi anche con scenografie quasi inesistenti. L’assenza di “effetti speciali” raffinava le capacità gestuali, mimiche e verbali dell’attore, che sapeva creare con maestria luoghi e mondi invisibili (le magie di Prospero ne La Tempesta alludono metaforicamente proprio a questa magia “evocativa”). E nello stesso tempo, lo spettatore sopperiva alla carenza della componente visiva con un’altrettanto raffinata fruizione, fatta di straordinaria sensibilità nei confronti della parola recitata e di vivida immaginazione.

Questa forza evocativa e coinvolgente dei drammi dell’era elisabettiana è sostenuta dallo scardinamento dell’unità di tempo. L’autore elisabettiano si muove all’interno dei testi, avanti e indietro nel tempo, con tecniche che oggi definiremmo cinematografiche. Per aiutare gli spettatori ad orientarsi nella vicenda narrata, gli autori inseriscono sapientemente specifiche battute.

Il repertorio del teatro inglese si formò in un lasso di tempo relativamente breve, seguendo la necessità di dover offrire sempre nuovi spettacoli (le cui repliche consecutive erano sempre molto limitate) nei nuovi teatri che venivano via via edificati. Malgrado la maggior parte dei testi scritti per il palcoscenico elisabettiano siano andati perduti ne rimangono oltre 600, a testimonianza di un’epoca culturalmente vivace.

E’ davvero eccezionale pensare che tutti i principali autori del teatro elisabettiano erano di estrazione umile. Christopher Marlowe era figlio di un calzolaio, Ben Jonson di un muratore e persino il grande Shakespeare era figlio di un conciatore, professione che anche lui esercitò per un certo tempo.

Quella del drammaturgo era una professione impegnativa e tutt’altro che redditizia. Le voci sul diario dell’impresario Philip Henslowe mostrano che negli anni intorno al 1600 egli versava un minimo di 6 o 7 sterline per opera. Era probabilmente una tariffa bassa, anche se i migliori scrittori non potevano pretendere molto di più. Un drammaturgo, lavorando da solo, poteva in genere produrre per lo più due pezzi teatrali l’anno. Dato che gli autori guadagnavano poco dalla vendita delle loro opere, per vivere dovevano scrivere moltissimo o come nel caso del grande bardo fare anche l’attore.

Marlowe era anche una spia e Shakespeare arrotondava le proprie entrate prestando denaro a strozzo. Il teatro elisabettiano rinnovò anche il pentametro giambico liberando il dialogo drammatico dall’artificiosità della rima. Con il regno di Carlo I che inizia il 27 marzo 1625 inizia a declinare la stagione irripetibile del teatro elisabettiano. Un teatro popolare ed appassionante che era sopravvissuto all’ostracismo di puritani e di autorità laiche e religiose, grazie anche alla protezione reale di Elisabetta, anch’essa appassionata spettatrice, sia pure a corte, delle opere che entusiasmavano i suoi sudditi.

Natale Seremia

Appassionato da sempre di storia e scienza. Divoratore seriale di libri. Blogger di divulgazione scientifica e storica per diletto. Diversamente giovane. Detesto complottisti e fomentatori di fake news e come diceva il buon Albert: "Solo due cose sono infinite: l’universo e la stupidità umana, riguardo l’universo ho ancora dei dubbi."

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