Lo sterminio dei prigionieri di guerra sovietici durante l’Operazione Barbarossa

Nelle prime fasi dell’invasione tedesca dell’Unione Sovietica i soldati della Wehrmacht erano stati accolti dagli abitanti dei villaggi russi di frontiera quasi con gioia. Molti pensavano che i futuri occupanti non avrebbero raggiunto il livello di oppressione staliniano. Lo stesso accadde per le centinaia di migliaia di soldati russi che si erano arresi quasi senza combattere.

Si trattò di una speranza malriposta che durò lo spazio di poche settimane. Hitler ed i suoi generali avevano concepito l’operazione Barbarossa come un’occupazione di sfruttamento selvaggio di cibo e risorse per l’esercito e per la popolazione tedesca. Questa politica scellerata, che sarà una delle cause della sconfitta nazista in Russia, si abbatterà spietatamente sui soldati nemici catturati. Per loro non soltanto non c’era cibo ed acqua a sufficienza ma ben presto furono diramati ordini espliciti volti alla loro eliminazione fisica.

Nel corso del 1941 vennero catturati 3,3 milioni di soldati sovietici; nel febbraio del 1942 all’incirca 2 milioni erano già morti. Si trattò non soltanto di una “politica” inumana ma di una scelta auto lesionista. Man mano che si diffuse la voce su come i tedeschi trattavano i prigionieri di guerra, i soldati dell’Armata Rossa divennero sempre più determinati a combattere anziché arrendersi.

Inoltre lo sterminio sistematico dei prigionieri attraverso fucilazioni di massa e morte per stenti e fame privò il Reich di un “bene” che iniziava a scarseggiare drammaticamente: la manodopera. Tanto è vero che nel 1942 ci fu una parziale correzione di rotta, con il tentativo di utilizzare una parte dei prigionieri come forza lavoro, incrementando le loro razioni alimentari quel tanto che bastava a non farli morire di fame in pochi giorni.

Centomila prigionieri furono inviati in condizioni di vera e propria schiavitù Auschwitz già nelle prime fasi dell’operazione Barbarossa a cui dal settembre del 1941 ai aggiunsero altri 150.000 soldati sovietici, che vennero subito messi al lavoro per costruire un secondo nucleo di baraccamenti a Birkenau, a tre chilometri di distanza da Auschwitz.

Le condizioni di questi campi erano durissime, ma i prigionieri polacchi che languivano nei lager nazisti da circa un anno, inorridirono di fronte al trattamento riservato ai sovietici. «Venivano trattati peggio di tutti gli altri prigionieri», raccontò Mieczyslaw Zawadki, un polacco che lavorava come infermiere in un alloggiamento per i prigionieri malati. Nutriti solo con rape e minuscole razioni di pane, morivano di fame, assideramento e percosse.

Talmente era straziante la fame patita che frequentemente ai cadaveri sistemati nella camera mortuaria del campo venivano strappate le natiche per cibarsi di carne. Racconta sempre l’infermiere polacco che tanto era diffuso questo cannibalismo che le camere mortuarie furono chiuse a chiave e sorvegliate.

Secondo Pavel Stenkin, un sopravvissuto, la sopravvivenza media dei prigionieri sovietici era di due settimane . «Morte, morte, morte», ricordò. «Si moriva di notte, al mattino, nel pomeriggio. La morte era a tutte le ore».
D’altra parte per Hitler ed i gerarchi nazisti i russi non erano uomini ma subumani (Untermensch) che valevano meno degli animali.

Questa aberrante dottrina sarà alla base dello sterminio dei prigionieri di guerra sovietici. Alla fine della guerra dei 5,7 milioni di prigionieri russi circa 3 milioni erano morti.

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