Un divano a Tunisi

Un divano a Tunisi: esportare la psicanalisi nella terra delle primavere arabe

Selma Derwich (Golshifteh Farahani) ha 35 anni, è psicanalista e ha studiato a Parigi. Di origini tunisine, all’indomani delle primavere arabe decide di lasciare l’Europa e tornare nella terra in cui è cresciuta per aprire un tipo di attività che per Tunisi ha un sapore quasi esotico: uno studio di psicanalista.

Così facendo Selma intende risollevare il morale dei suoi connazionali dopo lo shock della rivoluzione e la caduta di Ben Ali, ma deve scontrarsi con la diffidenza locale, con un’amministrazione passiva e con un poliziotto che le rema contro.

‘’Qui abbiamo Dio, non ci serve questa roba!’’ , ‘’Ascoltare le persone? E sarebbe un lavoro?’’ , ‘’È tutta una copertura, vero?’’ , ‘’Stai dicendo che puoi risolvere i miei problemi?’’ sono solo alcuni dei commenti che riceve Selma da coloro a cui cerca di spiegare cosa significhi psicanalisi, in cosa consista il suo lavoro e quali possano essere i suoi benefici.

Nonostante i commenti scettici dei suoi connazionali tunisini, la fila fuori dallo studio di Selma – che non è altro che un divano in un terrazzo – si fa sempre più lunga. I suoi clienti cominciano a fidarsi e aprirsi, e man mano emergono traumi, dolori, sofferenze e ossessioni di un popolo ormai allo stremo.

Un film comico, divertente e allo stesso tempo profondo, capace di trattare in modo non banale temi estremamente delicati; il primo lungometraggio di una Manele Labidi Labbè sempre più in forma, nonostante le aspre critiche di Cineuropa.

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