L’incredibile storia del cosmonauta nano sulla Luna

Gli anni Settanta dello scorso secolo sono stati forse l’apice della Guerra Fredda ed in questo contesto di confronto ideologico, scientifico e militare i servizi di intelligence svolsero un ruolo essenziale. Intorno ai servizi segreti si crearono anche molte esagerazioni e leggende destinate ad intorbidire la realtà per un certo lasso di tempo.

A volte era la stessa fama sinistra di questi apparati come nel caso del famigerato KGB, erede della CEKA staliniana, ad alimentare ogni sorta di leggende e dicerie che né contribuirono ad ingigantire le effettive potenzialità. Questa storia è una di quelle ed è ambientata nel pieno della competizione per la conquista dello spazio.

Siamo nell’autunno del 1970, dopo essere stata in testa fin dal 1957 nella corsa allo spazio, l’Unione Sovietica erta stata superata dagli americani grazie allo sbarco dei primi uomini sulla Luna. Era un colpo da cui i sovietici non si sarebbero più ripresi, anche se in quell’autunno riuscirono a mettere a segno una straordinaria performance: il primo veicolo a ruote in movimento sulla superficie lunare.

Questa specie di “automobile-robot” lunare si chiamava Lunokhod 1, ovvero “Camminatore lunare” in russo, e venne imbarcata sulla sonda Luna 17, decollata il 10 novembre 1970 dal poligono di Bajkonur con un colossale razzo vettore Proton a quattro stadi. La sonda si posò sulla Luna, nella regione detta Mare delle Piogge, il 17 novembre e da una rampa fece scivolare il Lunokhod sulla brulla pianura sassosa.

Il “camminatore lunare” era un veicolo bizzarro, una sorta di pentolone con un diametro di circa 2 metri, montato su otto ruote dotate di motori elettrici indipendenti. L’energia era fornita da un grande pannello solare, che somigliava al coperchio del pentolone e da un isotopo radioattivo di plutonio 210 per impedire che gli strumenti elettrici congelassero.

Due telecamere binoculari trasmettevano le immagini alla Terra che guidava il primo prototipo di un rover con impulsi radio che impiegavano 1,3 secondi ad arrivare sulla Luna ed altrettanto per ritornare al centro di controllo russo. Il veicolo era guidato con molta cautela ad una velocità che non superava gli 1 o 2 chilometri all’ora.

Il camminatore lunare riuscì miracolosamente a funzionare per circa 1 anno percorrendo in totale 10,5 km e fermandosi definitivamente il 14 settembre 1971. Mosca, ovviamente, esaltò questa impresa come frutto della grande tecnologia sovietica ma quasi nello stesso tempo iniziò a circolare una strana storia che partiva dal presupposto che la tecnologia dell’epoca non era in grado di guidare a distanza un veicolo sulla Luna.

Secondo questa leggenda il Lunokhod alloggiava al suo interno un cosmonauta nano reclutato dal KGB impegnato in una missione suicida senza ritorno.

Ad alimentare l’incredibile diceria sul nano mandato in missione spaziale suicida dai servizi segreti congiurava anche il fatto che il corpo principale dell’automobile lunare russa era un voluminoso contenitore, il “pentolone” appunto, a tenuta stagna, che all’interno avrebbe potuto contenere un’atmosfera e del cibo.

La fama sinistra del KGB all’epoca diretto da Andropov contribuiva a dare credibilità ad una teoria così strampalata. Questa leggenda non accennò a scomparire neppure quando l’Urss lanciò il Lunokhod 2 il 12 gennaio 1973. La sua missione consisteva nel fare controlli sul cambio giorno/notte e testare quindi i livelli di luce per capire se aveva senso installare sulla Luna una base atta all’osservazione astronomica.

Il Lunokhod 2 aveva un equipaggiamento e una forma molto simili al suo predecessore e rimase attivo soltanto per quattro mesi e mezzo percorrendo però circa 37 chilometri. La cosa paradossale è che furono soprattutto cittadini e dissidenti sovietici ad alimentare questa bufala spaziale.

Poi lentamente la ragione prese il sopravvento su una speculazione dettata più dalla disillusione delle promesse non mantenute del regime e di un’eccessiva enfatizzazione dell’onnipotenza del KGB più che dalla semplice analisi dei dati della realtà.

Sarebbe bastato fare quattro calcoli per capire che l’ampiezza del “pentolone” non avrebbe permesso che una sopravvivenza di pochi giorni ad un ipotetico cosmonauta nano, mentre la prima missione durò un anno e la seconda quasi cinque mesi.

Senza contare che trovare un cosmonauta nano con vocazione suicida, in una missione senza ritorno, probabilmente era troppo anche per il famigerato KGB.

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