L’estinzione prossima ventura

Sono passati 66 milioni di anni da quando un asteroide largo una decine di chilometri si è schiantato nei pressi Chicxulub, in Messico, provocando un’estinzione generalizzata di moltissime specie che dominavano da milioni di anni il nostro pianeta, dinosauri in testa.

Si trattava della quinta estinzione di massa della storia del nostro pianeta eppure dopo ognuno di questi eventi cataclismatici la biodiversità quasi annientata si è ripresa ed è tornata a fiorire rigogliosa, seppur diversa da quella precedente.

Tutte le estinzioni di massa sono stati eventi geologicamente rapidi, con il dovuto termine di paragone rispetto alla vita della Terra, quasi istantanei, che hanno scaraventato piante ed animali in condizioni estreme non dando loro il tempo di adattarsi alle mutate condizioni ambientali e climatiche.

Le specie dominanti sono quelle che soccombono in modo massiccio e talvolta definitivo mentre specie per così dire secondarie, marginali, riescono non soltanto a sopravvivere ma a prosperare durante la lenta ripresa della biodiversità ferita. Il caso più citato è quello dei dinosauri letteralmente falciati dall’estinzione di 66 milioni di anni fa lasciando campo libero a due gruppi di vertebrati fino ad allora tutto sommato marginali: gli uccelli ed i mammiferi.

Cosa anno di speciale i sopravvissuti? Ci sono ormai consistenti indizi che alcuni fattori abbiano favorita la sopravvivenza di alcune specie rispetto ad altre. Con rare eccezioni l’estinzione di fine Cretaceo ha cancellato dalla faccia della terra tutti gli animali più grossi di un cane. La scomparsa degli animali di medie e grandi dimensioni è facilmente comprensibile, se una stazza impressionante è un vantaggio evolutivo in condizioni “normali”, il grande fabbisogno energetico di questi animali diventa uno svantaggio incolmabile in presenza di una catastrofe ecologica. Anche animali dalla dieta molto specializzata o che prosperano in nicchie ecologiche non riescono a superare questi sconvolgimenti ambientali. Insomma “piccolo è bello”.

Durante le crisi vincono le specie flessibili e dinamiche, in grado cioè di spostarsi per territori vastissimi ed adattarsi dal punto di vista alimentare alle mutate e critiche condizioni ecologiche. Un esempio tra i tanti è stato il tracollo dei brachiopodi e la loro sostituzione con i molluschi bivalve dopo l’estinzione di fine Permiano. Queste due specie che ad un occhio inesperto possono apparire molto simili, in realtà presentavano differenze genetiche ed anatomiche importanti che hanno fatto si che i bivalve con un metabolismo molto più dinamico e stili di vita variegati sopravvivessero alla catastrofe prosperando e moltiplicandosi in modo esponenziale.

Secondo David Ira Jablonski dell’Università di Chicago le estinzioni di massa seguono anche un principio che ha chiamato “selettività non costruttiva”, ovvero la sopravvivenza di una linea evolutiva non è necessariamente correlata alla biologia della specie ma non è neppure del tutto casuale.

Un altro fattore determinante nella possibilità di sopravvivere a catastrofi ecologiche è l’ampiezza della distribuzione geografica di una determinata specie, siccome nessuna estinzione di massa colpisce tutti gli habitat allo stesso modo, piante ed animali che godono di un’ampia distribuzione territoriale hanno maggiori chances di sopravvivenza.

Se l’estinzione è un evento drammatico e relativamente rapido, la ripresa della vita è un processo lungo e laborioso. Se è vero, ad esempio, che un recente studio sul cratere di Chicxulub pubblicato su Nature nel 2018, ha dimostrato che il sito era già colonizzato da invertebrati pochi anni dopo l’impatto con l’asteroide e che circa 30.000 anni dopo (un tempo breve dal punto di vista geologico) era un fondo marino relativamente ricco, il ritorno alla “normalità” richiede molto più tempo.

Il ciclo del carbonio e il Ph delle acque richiesero oltre un milione di anni e il ritorno ad una biodiversità rigogliosa molto più tempo. Questo lunghissimo tempo di “recupero” è dovuto non soltanto all’evoluzione di nuove specie ma anche alla costruzione di nuovi ecosistemi. Il mondo subito dopo un’estinzione di massa è un mondo di transizione, diverso da quello che c’era prima e se possibile ancora più diverso da quello che verrà.

L’ecosistema post-apocalittico scaturito dalla collisione di 66 milioni di anni fa è dominato da felci, palme e piccoli vertebrati a cui segue con l’innalzamento delle temperature, l’esplosione delle piante con fiori e 300.000 anni dopo un’espansione e diversificazione delle Junglandaceae, una famiglia di piante che comprende anche il noce.

Cambia anche la strategia riproduttiva di queste piante che non si affidano più esclusivamente al vento ma utilizzano anche il sistema digerente degli erbivori che garantisce loro una maggiore diffusione. Settecentomila anni dopo la collisione appaiono altre piante, le leguminose, che influiscono direttamente sulla diversificazione dei mammiferi. Il recupero completo dell’ecosistema e della biodiversità avrebbe richiesto ancora una decina di milioni di anni.

Naturalmente dipende anche dalla gravità della catastrofe ambientale che ha generato l’estinzione di massa, quella ad esempio, della fine del Permiano avviò la lenta ripresa non prima di 5 milioni di anni dall’evento per completarsi a metà del Triassico. L’estinzione del Permiano avvenuta circa 252 milioni di anni fa, fu causata da un devastante e prolungato evento vulcanico originatosi nell’odierna Siberia, che riempì l’atmosfera di anidride carbonica ed altri gas, causando per effetto serra un aumento medio di 10° della temperatura terrestre. La conseguenza fu l’estinzione di oltre il 90% delle specie marine.

La Terra che rifiorisce dopo ogni estinzione di massa è una Terra nuova che non ha quasi niente in comune con quella pre disastro. Dopo ogni estinzione di massa ci sono specie che letteralmente “esplodono” in un raptus evolutivo generando a loro volta nuove specie a ritmi sorprendenti.

La sesta estinzione di massa è già in corso è sarà innescata dagli effetti perniciosi del riscaldamento globale di origine antropica. Già adesso si assiste ad un’alterazione della distribuzione delle specie dall’equatore ai poli. Gli effetti dello sfruttamento intensivo del 50% delle terre emerse, con esclusione di deserti e ghiacciai, stanno sviluppando effetti nefasti sugli ecosistemi.

Dopo un’estinzione di massa gli ecosistemi si impoveriscono fortemente non soltanto di specie animali e vegetali ma anche di biomassa. Al momento sono ancora misteriose le cause del depauperamento della biomassa per così lungo tempo.

Qualche indizio di come potrebbe essere la sesta estinzione di massa in atto potrebbe provenirci dalla terza estinzione, avvenuta circa 300 milioni di anni fa, l’unica fino ad oggi dovuta ad un rapido riscaldamento globale. Uno degli effetti che dobbiamo aspettarci è una drastica riduzione delle dimensioni animali negli oceani per compensare la minore disponibilità di ossigeno e la maggiore domanda metabolica dovuta alla crescita delle temperature.

Le precedenti estinzioni ci insegnano che il riequilibrio della presenza di anidride carbonica nell’atmosfera necessita di alcune centinaia di migliaia di anni per compiersi. L’impatto della sesta estinzione durerà un tempo lunghissimo e non ci è dato sapere quali specie sopravviveranno.

Secondo il paleontologo Tyler Lyson tra le specie che potrebbero sopravvivere sia pure con una popolazione ridotta ci sono le tartarughe, i coralli e gli anfibi. E’ l’uomo?

Le dimensioni del mammifero essere umano non dovrebbero essere compatibili con gli effetti sugli ecosistemi dell’estinzione massiva, dalla nostra parte c’è però la grande adattabilità dell’uomo e il suo bagaglio di conoscenze tecnico-scientifiche che potrebbero farci sopravvivere nella Terra di Mezzo dell’apocalisse.

Una cosa è certa, qualunque sia il destino degli uomini, i loro progenitori se sopravviveranno vedranno una vita ed una Terra completamente diversa da quella che oggi conosciamo.

fonte: Le Scienze, settembre 2020, edizione cartacea

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