Come si infiltra SARS-Cov-2 nell’organismo umano

La pandemia di Covid19 non accenna a placarsi. Nel mondo ad oggi si sono accertati oltre 17 milioni di contagiati e quasi 700.000 morti. In alcune zone del mondo la situazione è drammatica: Stati Uniti, Brasile, gran parte dell’America Latina sono forse le aree geografiche più colpite ma anche l’Europa soprattutto in Spagna, Germania, Francia, Svezia ed i paesi balcanici l’epidemia ha rialzato la testa dopo qualche settimana di tregua.

La situazione in Italia pur essendo, al momento sotto controllo, presenta nell’ultima settimana un’inequivocabile tendenza al rialzo dei casi di positività del 23% secondo le rilevazioni indipendenti della Fondazione Gimbe.

La pericolosità di SARS-Cov-2 dipende dalla sua estrema contagiosità e dal ruolo degli infetti asintomatici che contrariamente al coronavirus della SARS che non era in grado di infettare un ospite prima di 24-36 ore dalla manifestazione dei sintomi di un contagiato, il nuovo coronavirus è in grado di trasmettersi prima che la persona infetta manifesti i primi sintomi.

SARS-COv-2 può restare inosservato a lungo nel corpo umano perché il suo genoma codifica per proteine che ritardano il momento in cui il nostro sistema immunitario fa scattare l’allarme. E quando finalmente il sistema immunitario si mette in moto può reagire eccessivamente e soffocare proprio le cellule che cerca di salvare.

Una particella virale SARS-Cov-2 entra nel naso o nella bocca di una persona e fluttua nelle vie aeree fin quando non incontra una cellula polmonare con recettore ACE2 sulla superficie. A questo punto il virus si lega alla cellula e penetra al suo interno, sfruttando il macchinario cellulare per replicarsi. Questi cloni virali escono dalla cellula facendola morire pronti ad infettarne altre.

Le cellule infettate cercano di allertare il sistema immunitario ma il virus attua una serie di strategie per intercettare “la richiesta di aiuto” in modo da replicarsi ampiamente fino a che la persona infetta non inizia a mostrare i primi sintomi.

Quando la spina di una proteina S si lega ad un recettore ACE2 in meno di 10 minuti la membrana del virus si fonde con quella della cellula polmonare. A questo punto l’RNA del virus si riversa nel corpo cellulare ed in circa 10 ore il virus, attraverso la polimerasi, fabbrica copie del suo RNA all’interno di vescicole protettive che ha per tempo creato.

La polimerasi è un enzima il cui ruolo è associato alla polimerizzazione degli acidi nucleici, come DNA e RNA. Con il termine polimerizzazione si intende la reazione chimica che porta alla formazione di una catena polimerica, ovvero di una molecola costituita da molte parti uguali che si ripetono in sequenza (dette “unità ripetitive”), a partire da molecole più semplici (dette “monomeri”, o “unità monomeriche”).

Le vescicole che trasportano i nuovi virus si fondono con la membrana cellulare aprendo una strada che permette l’uscita del virus. Ogni cellula infettata può rilasciare centinaia di copie del virus. La cellula “vampirizzata” muore mentre una parte dei virus replicati infettano altre cellule ed un’altra parte vengono liberati nell’aria con il respiro.

Il sistema immunitario viene allertato da interferoni, proteine che avvertono le cellule vicine di produrre molecole che sbarrino la strada alla replicazione virale. Gli interferoni “assoldano” anche i macrofagi del sangue, in grado di inglobare le particelle virali. Gli interferoni attivano anche le cellule B che producono i famosi anticorpi neutralizzanti.

Nel composito “esercito” schierato dagli interferoni ci sono anche le cellule T capaci di distruggere le cellule infette prima che esse rilascino i virus. Alcune delle cellule B e T diventano cellule della memoria immunologica in grado di contrastare futuri attacchi di SARS-Cov-2. Tutt’ora però non sappiamo quanto duri effettivamente l’immunizzazione acquisita da soggetti guariti dal Covid19. L’insieme di questo processo del sistema immunitario dura fino ad un massimo di 11 giorni.

Il virus però è tutt’altro che inerme di fronte all’attacco del nostro sistema immunitario ed attua una serie di contromisure protettive che spesso hanno la meglio. Si va dal camuffamento delle spine del virus con molecole di zucchero alla neutralizzazione delle proteine sensori che attivano il sistema immunitario.

Attualmente non esiste una terapia specifica ed efficace per Covid19. In questi sette mesi di pandemia è stata selezionata una batteria di farmaci che agiscono in modo differenziato: impedendo l’entrata del virus nelle cellule, favorendo virus difettosi che producono più copie errate (e quindi meno efficaci) del virus o riducendo la risposta iper immune che produce la cosiddetta tempesta di citochine.

Queste terapie possono essere calibrate insieme o singolarmente in base al singolo caso del paziente da trattare. Rimane il fatto che l’attesa spasmodica di un vaccino efficace rappresenta l’unica arma definitiva per contrastare una pandemia che potrebbe ad inizio autunno scatenare un nuova e più violenta ondata di contagi.

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