La tragica fine della Contessa Lara

Eveline Cattermole nasce a Firenze nel 1849 e fin dall’adolescenza mostra un buon talento nella poesia e nell’attività letteraria in genere, tanto che ad appena 18 anni pubblica la sua prima silloge poetica, Canti e ghirlande.

La giovane si fa una buona reputazione frequentando salotti e circoli letterari in uno dei quali un giorno conosce il giovane tenente del Regio Esercito, conte Francesco Maria Mancini, che da poco più di un anno aveva partecipato alla presa di Porta Pia.

Tra i due scatta il classico colpo di fulmine ed i due giovani si sposano il 5 marzo 1871 superando le resistenze della famiglia di lui poco convinti di un matrimonio con una ragazza talentuosa ma priva di origini aristocratiche. Dopo il matrimonio la coppia va a vivere a Milano dove l’ufficiale è di stanza e dove fa una rapida carriera nelle gerarchie militari.

Il conte Mancini però dopo pochi mesi perde progressivamente interesse nei confronti della neo sposa ed inizia ad intrecciare numerose relazioni extra coniugali. Eveline che nel frattempo negli ambienti letterari è conosciuta con lo pseudonimo di Contessa Lara cerca di consolarsi dalle infedeltà del marito gettandosi a capofitto nell’arte e nella poesia.

Ed è negli ambienti letterari che frequenta che conosce Giuseppe Bennati di Baylon, granduca, impiegato presso il Banco di Napoli. La loro relazione non è facilmente gestibile in una città dove il marito conosce tutti ed è da tutti conosciuto. Mancini scopre la tresca amorosa e ne trova la conferma nel modo più drammatico e classico dei casi: sorprende a letto i due.

Seguono le immancabili ingiurie, schiaffi, insulti. Mancini sfida a duello il Bennati. Due giorni dopo il bancario viene fulminato con una pallottola alla testa. Evelina è distrutta: il grande amore è morto per colpa sua, il suo matrimonio è finito.

Torna precipitosamente nella sua Firenze, ma l’ambiente che frequentava è diventato ostile. Gli amici si sono ridotti dopo le drammatiche vicende matrimoniali e la madre al quarto matrimonio non la vuole tra i piedi. La Contessa Lara allora parte per Roma cercando fortuna nel giornalismo. Qui trova un compagno un giornalista con cui divide dieci anni di vita tra alti (pochi) e bassi (molto).

L’amore sembra ormai lontano dalla donna che adesso ha 45 anni. Nel 1889 sempre a Roma, conosce il pittore Giuseppe Pierantoni. L’ambiente è quello di sempre, frequentato da intellettuali e perdigiorno, artisti e illusi. Il Pierantoni vive precariamente facendo vignette per i giornali e per dedicarsi completamente “all’arte” ha da poco abbandonato il posto sicuro in ferrovia.

L’uomo ha dieci anni meno di Eveline è ben presto si lega a lei più per ragioni economiche che sentimentali. In altre parole non esita a farsi mantenere. Ha un brutto carattere e non esita a picchiare ed insultare Eveline, oltre a chiederle continuamente denaro. La paura di un altro fallimento della sua vita privata fa resistere la Contessa Lara ad una situazione mortificante.

Nell’estate del 1895, Evelina si concede una vacanza sulla riviera ligure, a Santa Margherita, dove conosce il tenente di vascello Ferruccio Battali. Si tratta di una storia intensa quanto breve poi il Battali è costretto ad imbarcarsi. I due amanti mantengono un fitto scambio epistolare dove la loro passione tracima ad ogni riga.

Questa storia da ad Eveline la determinazione, tornata a Roma, di cercare di lasciare il Pierantoni. Giuseppe è naturalmente molto contrariato: difficile dire se si tratta di amore o di interesse, certo è che intende dare battaglia.

La prova che Eveline ha una relazione il Pierantoni l’ottiene riuscendo a sottrarre alla donna una lettera indirizzata al Battali. L’uomo l’affronta lettera alla mano minacciandola, la Contessa Lara estrae una piccola rivoltella intimandogli di andarsene. Scoppia una colluttazione tra i due e parte un colpo.

La Cattermole è ferita mortalmente, la pallottola è entrata in pieno ventre, per lei non c’è scampo. L’assassino, compresa la situazione, rivolge l’arma contro sé, ma riesce solo a ferirsi di striscio.

Un anno dopo nel 1897 si apre il processo presso la Corte di Assise di Roma ed immediatamente si formano due schieramenti da una parte Pierantoni, considerato un poveretto plagiato da una donna senza scrupoli; dall’altra di chi ritiene l’uomo un tipo losco e violento che ha approfittato di una donna provata da una serie di avversità.

Il pubblico ministero va subito giù pesante nei confronti dell’imputato: «Pierantoni aveva capito che Evelina Mancini stava attraversando un momento difficile psicologicamente, perché sentiva che l’età le stava pesando addosso e la piegava. Con arti basse aveva sfruttato a proprio vantaggio questo stato di debolezza per cavarne denaro. Non qualche pranzo o qualche vestito, come diceva la difesa, ma denaro, tanto denaro».

Alla fine il processo si conclude con una condanna tutto sommato mite 11 anni e 8 mesi con l’attenuante della provocazione. Sulla Contessa Lara e la sua sfortunata vita scende il definitivo oblio.

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