E’ davvero finita l’epidemia di Covid19 in Italia?

I dati confortanti sull’andamento del contagio in Italia delle ultime settimane e la presa di posizione di alcuni clinici ed epidemiologi che hanno addirittura parlato di “scomparsa dal punto di vista clinico” del virus hanno aperto il dibattito se l’epidemia di Covid19 sia in fase di definitiva scomparsa nel nostro paese.

Siamo davvero alle battute finali di un’epidemia che in Italia ha fatto 33.500 morti e probabilmente almeno altri 18.000-20.000 sfuggiti alle statistiche ufficiali?

Le cose non stanno esattamente così.

Prima di tutto questa è una pandemia, ovvero un’epidemia che interessa la totalità del pianeta e che si è propagata in modo asimmetrico nello spazio e nel tempo. Se l’Europa con l’eccezione della Russia, sembra in una fase calante della curva epidemiologica, la situazione è molto complicata ancora negli Stati Uniti che hanno avuto oltre 105.000 morti ed 1,8 milioni di contagi ed in tutto il Sud America, con in testa il Brasile che annovera 30.000 morti e 527.000 contagi.

Questo significa che il virus circola ampiamente ancora per gran parte del globo e che dopo il 3 giugno, quando non soltanto si ripristinerà la mobilità inter regionale ma anche quella internazionale, la possibilità di casi di importazione e di nuovi focolai è abbastanza concreta. Un segnale d’allarme in questo senso lo ha già dato la Liguria nei giorni scorsi con un nuovo piccolo focolaio sviluppatosi intorno ad una RSA.

Ma allora quando e come termina una pandemia?

Mentre è relativamente facile risalire con indagini accurate a dove e quando è iniziata una pandemia (nel caso di Covid19 presumibilmente in un momento imprecisato dell’autunno 2019 quando nei pressi di Wuhan un virus particolarmente intraprendente ha fatto il salto di specie da un pipistrello all’uomo), le cose si fanno più complicate quando si deve individuare il modo con cui terminano di seminare il loro bagaglio di sofferenza e morte.

Degli indizi ci sono offerti dalle pandemie del passato. I virus mutano in continuazione, quando si scatena una pandemia le caratteristiche dell’agente patogeno sono abbastanza nuove da mettere in difficoltà il nostro sistema immunitario e questo porta un gran numero di persone ad ammalarsi. Con il passare del tempo gli anticorpi sviluppati dal sistema immunitario per combattere la malattia restano in una parte sufficiente della popolazione producendo un’immunità temporanea o permanente in grado di limitare la diffusione del virus.

Per raggiungere però questo risultato è necessario tempo, a volte anni. E’ quello che accadde ad esempio per l’epidemia influenzale H1N1, detta la “spagnola” nel 1918-1919 che fece ammalare oltre 500 milioni di persone e ne uccise tra i 50 e i 100 milioni in tutto il mondo. Quella pandemia terminò soltanto con l’immunità che l’infezione diede a quelli che erano guariti. Il ceppo H1N1 rimase endemico con una bassa virulenza per altri 40 anni fintanto che un’altra pandemia influenzale, quella H2N2 del 1957 finì per estinguere il ceppo del 1918.

Diverso fu il motivo della fine per l’epidemia di SARS del 2003. Questa volta si trattava di una malattia provocata da un coronavirus strettamente imparentato con SARS-COV-2 responsabile dell’attuale pandemia. La SARS era potenzialmente molto più letale di Covid19 ma drastiche misure di contenimento favorite dal fatto che il virus diventava contagioso soltanto dopo aver manifestato i sintomi, (gran parte dei pazienti diventavano contagiosi dopo una settimana dall’insorgenza dei primi sintomi) permisero di chiudere l’epidemia in un vicolo cieco.

Il contenimento della SARS funzionò così bene che nei 17 paesi interessati si registrarono poco più di 8.000 contagi e 774 morti ed il virus dal 2004 sembra letteralmente scomparso.

Quando nel 2009 si scatenò la pandemia influenzale di un virus H1N1 nuovo (detta impropriamente influenza suina) l’allarme fu molto alto. Il timore che questo patogeno simile a quello del 1918 potesse essere devastante, indusse gli scienziati ad un grande sforzo collettivo per trovare un vaccino. Sei mesi dopo l’insorgere della pandemia il vaccino era già disponibile.

Alla luce di quanto sopra estinzione naturale, contenimento e vaccinazione sono tre fattori, che combinati oppure singolarmente, possono innescare la fine di una pandemia. Nella fase in cui ci troviamo la conclusione di Covid19 dipenderà per almeno il 50% da fattori politici e sociali. L’efficacia delle misure di contenimento, ad esempio, dipendono non soltanto dalla tempestività con il quale vengono adottate, ma anche dalla convinzione con la quale i singoli cittadini mettono in pratica le misure di distanziamento sociale e di isolamento decise dalle autorità politiche e sanitarie.

Per l’altra metà dipenderà dalla scienza riuscire a mettere a punto quelle armi in grado di debellare in via definitiva la pandemia. L’individuazione di efficaci terapie con farmaci antivirali dall’indubbio esito positivo e soprattutto la disponibilità di un vaccino che conferisca anche una temporanea immunità saranno gli atout decisivi per battere definitivamente Covid19.

3 commenti

  1. non ci pensate,,,il vaccino mai,,e poi stramaiiii..

  2. Io personalmente propongo la prevenzione come arma efficace contro il virus Covid 19 ma anche verso gli altri virus sempre a noi di massa sconosciuti la prevenzione naturalmente non e’ molto semplice e’ complessa e articolata anche se le basi sono poche e semplici e va applicata sempre come abitudine di vita e come bisogno nella nostra vita.Si puo’ discutere e penso che sia necessario discutere

    1. Author

      La prevenzione è sempre un’ottima cosa anche quando parliamo di malattie infettive epidemiche.

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