• Dom. Gen 24th, 2021

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Espugnare un castello: tattiche e strategie medievali

In un precedente articolo abbiamo descritto come tra il 1000 ed il 1300 le costruzioni fortificate, la cosiddetta incastellatura, si diffuse vertiginosamente in tutta Europa. Questa nuova struttura difensiva pose quindi ben presto un problema nuovo agli eserciti medioevali. Espugnare un castello poteva rivelarsi un’impresa tutt’altro che facile.

La tattica più facile era quella di assediare il castello, isolarlo, tagliare le vie di rifornimento alimentare ed aspettare che la guarnigione capitolasse sotto la pressione della fame, della sete o delle malattie. Peccato che questa tattica fosse difficilmente praticabile per gli eserciti dell’epoca poiché richiedeva moltissimo tempo e gran parte della fanteria era costituita da contadini che dovevano tornare sui campi per i raccolti o di artigiani, braccianti ed operai che nessun condottiero poteva sperar di separare per troppo tempo dalle loro famiglie.

Inoltre per assediare con successo un castello occorreva un enorme spiegamento di forze che di solito gli eserciti medioevali costituiti da qualche centinaio di uomini non possedevano. Spesso la prima linea di difesa di un castello era costituita da un fossato pieno d’acqua, mentre sul lato opposto, molto vicino al fossato, si ergeva un muro per contrastare l’utilizzo delle macchine d’assedio.

Alla sommità del muro si trovava un camminamento di ronda dove si appostavano i difensori. Sul parapetto del muro si alternavano merli e saettiere, i primi servivano per proteggere i soldati, le seconde per consentire ai difensori di scagliare ogni sorta di proiettile (frecce, dardi, pietre) sugli attaccanti.

La linea di difesa successiva dopo il fossato ed il muro poteva essere un altra trincea, la corte esterna, il bailey anglosassone un cortile chiuso, circondato da una recinzione di legno e sormontato dalla motte. È probabile che un castello avesse più di un bailey, a volte uno interno e uno esterno.

Dentro la corte interna sorgeva il torrione, il luogo dove i difensori si trinceravano per l’ultima resistenza quando le forze assedianti riuscivano a violare le mura. Nel corso del tempo le difese vennero irrobustite edificando un nuovo muro alto più o meno un metro dal livello della saettiera e da uno o due saracinesche inizialmente di legno che venivano alzate quando i difensori dovevano lanciare qualcosa contro gli assedianti.

La difesa poi fu ulteriormente implementata da gallerie coperte che assicuravano una migliore protezione ai difensori mentre la visibilità migliorò quando vennero adottate torri circolari invece che quadrate. Il punto critico del castello per quanto riguardava la difesa era il grande portone principale.

Si cercò di ovviare a questo anello debole della struttura difensiva collocando due torri aggettanti ai lati del portone. Se poi il portone veniva abbattuto gli attaccanti si trovavano di fronte ad una saracinesca di metallo e legno che ne rallentava l’impeto e li esponeva al “fuoco” nemico.

Prima di attaccare le mura di un castello gli assedianti dovevano riempire il fossato con terra, sabbia, sterpaglie e legna in modo da poter avvicinare le macchine d’assedio. Prima di questo però il comandante accorto cercava di indebolire con le macchine da assedio le opere difensive.

L’arma migliore a questo scopo era il trabucco o trabocco che raggiunse il massimo del suo perfezionamento intorno al 1300. Si trattava di una sorta di catapulta, limitata però dalle sue dimensioni e dalla posizione fissa. Inoltre il trabucco utilizza il principio della leva; si tratta infatti di un’applicazione pratica del principio della leva svantaggiosa di primo genere. Questa macchina gigantesca poteva avere un effetto devastante sulla fortificazione.

Il trabucco però era un’arma molto costosa, di manutenzione complessa e difficile da trasportare perché richiedeva l’ausilio di molti uomini. Fino al 1300 si usavano per lo più altre macchine come le manganelle e le ballistae, alcune ancora di origine romana.

Le manganelle, una sorta di catapulte, lanciavano proiettili pesanti appoggiati in un contenitore a forma di mezza palla posizionato al termine del braccio. Questo contenitore poteva lanciare più pietre di una fionda, il che le rendeva diverse dell’onagro. La fionda fu sostituita con un contenitore per ottenere più forza di fuoco. In combattimento le manganelle lanciavano rocce, oggetti incendiati (vasi pieni di materiale infiammabile che creavano una palla di fuoco al momento dell’impatto), o qualsiasi altra cosa fosse al momento disponibile. Tra i proiettili più atipici vi erano anche i morti, spesso parzialmente decomposti, carcasse di animali o persone infette, usati per intimidire, demoralizzare e spargere malattie tra gli assediati.

Il “bombardamento” diurno degli attaccanti era controbilanciato dalle operazioni di ripristino che gli assediati effettuavano alla meglio durante le ore notturne. Se il bombardamento si rivelava inefficace l’esercito assediante poteva far ricorso agli arieti cercando di portarli sotto le mura.

Se il fossato era stato riempito poi l’attacco poteva essere condotto direttamente sotto le mura utilizzando scale con uncini o torri appositamente costruite della stessa altezza del muro del castello. Naturalmente ogni macchina o uomo che si apprestasse sotto le mura era oggetto di un furioso contrattacco dei difensori che lanciavano ogni sorta di armi ed oggetti contro il nemico.

Il fuoco era molto utilizzato come arma di difesa e gli attaccanti cercavano di proteggersi con pelli ignifughe. Per arrivare sotto le mura si ricorreva spesso allo scavo di gallerie iniziando ad una certa distanza e proseguendo fino alle fondamenta. Gli assediati rispondevano scavando una contro galleria che andava incontro al nemico.

Un castello isolato però era soggetto prima o poi a cadere di fronte ad un nemico risoluto che conduceva sapientemente l’assedio: fame, sfinimento e spesso tradimento ne segnavano la sorte. Diverso era il caso dei castelli che erano costruiti in gruppo in una regione non molto ampia, allora per gli assalitori il compito diventava proibitivo.

Natale Seremia

Appassionato da sempre di storia e scienza. Divoratore seriale di libri. Blogger di divulgazione scientifica e storica per diletto. Diversamente giovane. Detesto complottisti e fomentatori di fake news e come diceva il buon Albert: "Solo due cose sono infinite: l’universo e la stupidità umana, riguardo l’universo ho ancora dei dubbi."

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