Covid19: Ma l’Italia ha fatto tutto quello che poteva per contrastare la pandemia?

La drammatica evoluzione di Covid19 nel nostro paese, che ha il triste primato mondiale dei morti (5476 a ieri sera) ed il secondo posto per numero di contagiati dopo la Cina, ci obbliga ad interrogarci con pacatezza se le nostre autorità politiche (nazionali e regionali), sanitarie e scientifiche, del sistema di protezione civile abbiano davvero fatto tutto quello che poteva essere fatto per contenere sia il numero dei decessi che quello dei contagi.

Analizziamo in modo sintetico e senza alcuna pretesa di esaustività gli aspetti più importanti delle azioni messe in campo per contrastare la diffusione della pandemia in Italia.

CHIUDIAMO TUTTO

Fin da quando si è sviluppato il primo focolaio nel basso lodigiano è apparso chiaro che il distanziamento sociale era la prima, se non unica arma per contrastare la diffusione del virus. Sia pure con qualche titubanza ed in maniera progressiva il governo ha ampliato progressivamente il lockdown del paese. Con l’ultimo DPCM firmato ieri 22 marzo e battezzato “Chiudi Italia” il governo ha praticamente chiuso tutte le attività produttive giudicate non essenziali. Anche la genesi di questo provvedimento è stata particolarmente contrastata, il governo si è trovato stretto tra le esigenze di una vera e propria emergenza sanitaria e le pressioni contrapposte di scienziati e sindacati da una parte ed associazioni padronali dall’altra. Secondo le stime del governo con quest’ultimo decreto rimarrà aperto soltanto il 39% dell’apparato produttivo.

Oltre ai sindacati anche alcune regioni soprattutto quelle più colpite del nord ritengono ancora insufficienti queste misure. Per valutare l’efficacia di queste nuove e più stringenti misure occorre partire da un dato di fatto: noi non siamo la Cina. E qui non mi riferisco al diverso regime politico: autoritario quello cinese, democratico quello del nostro paese. La Cina è una superpotenza economica di oltre 1,4 miliardi di persone che è riuscita a sostenere la chiusura totale della provincia di Hubei (60 milioni di abitanti, praticamente l’intera popolazione italiana) grazie al resto del paese. L’Italia non è in grado di sostenere un lockdown così drastico, pertanto al netto di alcune successive limature e miglioramenti che potranno rivelarsi indispensabili, con l’ultimo decreto abbiamo quasi grattato il fondo del barile di quello che può essere chiuso senza danneggiare irreparabilmente il tessuto produttivo e soprattutto l’erogazione dei servizi essenziali per la popolazione.

ISOLAMENTO DOMICILIARE

Ad ieri dei circa 47.000 contagiati poco più della metà sono in isolamento domiciliare. Nel corso dell’ormai consolidato appuntamento serale di quel vero e proprio bollettino di guerra che fotografa l’andamento dell’epidemia Franco Locatelli, direttore del Consiglio Superiore di Sanità ha dichiarato «Evitare contagio tra familiari» In questo senso Locatelli sottolinea l’importanza di evitare «il contagio interfamiliare: mi corre l’obbligo di sottolineare che è fondamentale quanto più possibile implementare nei contesti familiari misure stringenti nel contenimento dei soggetti che sono risultati positivi al coronavirus. È un altro sacrificio che si chiede a questo paese ma è importante e facciamo appello ai nostri cittadini che sono positivi al coronavirus affinché limitino i contatti sempre di più per interrompere la catena di trasmissione».

Questa rappresenta ad oggi una delle forme di contagio più importante e che colpisce in modo più duro i soggetti fragili. Ma come è possibile all’interno della propria abitazione e di una famiglia assicurare una free zone dal contagio? La presenza spesso di bambini, la frequente assenza di un doppio bagno, la penuria di adeguati dispositivi di protezione individuale (mascherine e guanti) che scarseggiano perfino per i sanitari rendono estremamente difficile prevenire il contagio intra familiare. Su questo aspetto si poteva e si può fare molto di più anche in considerazione che questi circa 24.000 contagiati da SARS-Cov-2 sono asintomatici o con lieve sintomatologia tale da non richiedere particolare assistenza medica.

Per questo requisire alberghi o altre strutture similari ed idonee rappresenterebbe un modo largamente più efficace dove isolare questi pazienti fino alla completa negativizzazione assicurando al contempo la massima sicurezza per i loro familiari.

LA TECNOLOGIA

Ancora più carenti, colpevolmente, siamo nell’uso della tecnologia, per altro già ampiamente disponibile, per combattere il contagio. Per vincere la sfida a questo virus altamente contagioso bisogna partire dalle indicazioni dell’Organizzazione Mondiale della Sanità: «Trova il contagiato, isolalo, testalo, tratta ogni caso e traccia ogni contatto».

Già ricorrendo ai dati in possesso degli operatori di telefonia mobile sarebbe possibile monitorare l’effettivo andamento del distanziamento sociale alla base delle misure restrittive assunte in queste settimane da governo e regioni. Le potenzialità della tecnologia anche in questo campo sono enormi, come dimostrazione riportiamo un estratto di un articolo pubblicato sul Corriera della Sera su cosa potrebbe fare una specifica app nella lotta al contagio.

1) Individuati i casi di nuovi contagiati, rintracciare i contatti dei 15 giorni precedenti e testarli per interrompere la catena di contagio.
2) Sapere chi si sposta dal luogo di residenza, e dove va rispetto alle concentrazioni di contagiati è l’essenziale fotografia di partenza quando si stabiliscono blocchi alla mobilità.
3) Installare una app che individua «chi» e «dove». Per esempio se risiedi a Milano quartiere Lorenteggio, puoi vedere che al quartiere Sempione ci sono molti casi dichiarati.
4) Mantenere una fotografia «autodichiarata» della localizzazione dei sintomatici non testati aggiornata in tempo reale.
5) Assicurarsi che i contagiati in quarantena non si muovano (si possono metter sotto tracciamento e far partire un allarme se il telefono si muove).
6) Istruire le aziende che hanno lavoratori essenziali a consegnare un coupon elettronico che li autorizza a uscire (origine-destinazione dichiarati dall’azienda) e può esser verificato dalle autorità di polizia mostrando il telefono (senza autocertificazioni).
7) Distribuire il flusso nei trasporti pubblici e supermercati su diverse fasce orarie attraverso sms con ora dedicata, indicando a gruppi di residenti predefiniti le ore a loro dedicate, in modo da evitare affollamenti. Dare priorità agli anziani, mantenendo nelle ore dedicate a loro una minore densità. Funzionalità che saranno importanti anche dopo la fase acuta, quando si dovranno riprendere gradualmente le attività e partiranno anche nuove onde di contagio che andranno rapidissimamente fermate.

Da più parti si obietta che l’utilizzo di alcune tecnologie in modo così invasivo sarebbe un pesante intromissione nella privacy delle persone. A parte il fatto che ciascuno di noi continuamente autorizza decine di app alla nostra geolocalizzazione dai social network, ai giochini, alle decine di app che utilizziamo per qualsiasi necessità, di fronte alla superiore esigenza di tutelare la salute pubblica questa mi sembra un’obiezione capziosa e fuorviante.

Il caso della Corea del Sud dove la tecnologia è stata usata massicciamente è una prova dell’efficacia di questo ausilio. La Corea è passata da essere il secondo focolaio dopo la Cina all’attuale ottava posizione.

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