La lotta per le investiture

Il confronto tra il potere temporale e quello spirituale aveva conosciuto fin dai tempi di Costantino momenti di tensione e di confronto, ma fu tra la fine del XI secolo ed il 1122 che raggiunse il “calor bianco” sfociando anche in veri e propri scontri armati.

Apparentemente la ragione del contendere era la  prerogativa, reclamata sia dal Papa sia dall’Imperatore, del diritto di investitura episcopale (ovvero la scelta e nomina dei vescovi). Il vero oggetto del contendere risiedeva tuttavia nell’affermazione della supremazia tra il potere temporale, rappresentato dall’Imperatore, e il potere spirituale, rappresentato dal Papa.

Le prime frizioni avvengono nel 1059 quando Papa Niccolò II, seguendo il consiglio del monaco Ildebrando di Soana convoca un concilio in Laterano in cui, oltre a condannare simonia e concubinato, si vietava a chiunque di ricevere cariche ecclesiastiche dai laici, compreso ovviamente l’Imperatore del Sacro Romano Impero. Inoltre il concilio stabiliva che da quel momento l’elezione del Vescovo di Roma doveva avvenire senza intromissione dei laici, spettando soltanto ad un congresso composto dai titolari delle chiese più importanti di Roma (i cardinali) e dai vescovi delle diocesi suburbicarie (cioè vicine all’Urbe).

La frattura definitiva e quindo lo scontro aperto avviene però nel 1073 quando al soglio pontificio arriva lo stesso Ildebrando di Soana con il nome di Gregorio VII. Il Papa emette un documento inequivocabile e senza possibilità di mediazione, i Dictatus Papae (1075) che stabilisce la sottomissione esplicita dell’imperatore nei confronti del Papa, nonché la preminenza del Pontefice su tutti i vescovi della cristianità.

La risposta dell’imperatore Enrico IV non si fa attendere, un anno dopo, nel 1076 convoca a Worms un concilio di vescovi germanici per deporre Gregorio, definendolo addirittura «non più papa, ma falso monaco».

La risposta di Gregorio non si fa attendere, ed è durissima: la scomunica per l’Imperatore che di fatto scioglie tutti i suoi vassalli dal vincolo di obbedienza verso il sovrano. I grandi feudatari, sia tedeschi sia italiani, invece di sostenere il loro sovrano contro le ingerenze del pontefice decisero di approfittare della situazione per indebolirlo e si ribellarono.

La situazione per Enrico si farà drammatica, tanto che di fronte alla prospettiva di perdere ogni potere, fu costretto a cedere ogni pretesa.

Nel gennaio 1077 si recò con la moglie, vestito da penitente, a Canossa in Emilia, nel castello della contessa Matilde, fedele alleata del papa. Gregorio lo fece attendere per ben tre giorni di fronte all’ingresso e si decise a farlo entrare soltanto il quarto. L’umiliazione del sovrano fu terribile ed entrò nella storia, tanto che ancora oggi, quando si descrive  “un umiliazione, piegarsi di fronte a un nemico, ritrattare, ammettere di avere sbagliato, fare atto di sottomissione” si usa la preposizione “andare a canossa”. Questo modo di dire non riguarda soltanto la lingua italiana ma anche quella tedesca (nach Canossa gehen),  inglese (go to Canossa), francese (aller à Canossa) ed ebraica (“ללכת לקנוסה”).

Ma torniamo al nostro Enrico. Tornato in Germania con il perdono del Papa, l’Imperatore domò i feudatari infedeli e continuò a conferire le cariche ecclesiastiche come se niente fosse accaduto. Ben presto arrivò la seconda scomunica di Gregorio, ma stavolta la reazione dell’imperatore fu di tutt’altro tenore. Alla testa del suo esercito varcò le Alpi e giunto nei pressi di Roma assediò Castel Sant’Angelo dove Gregorio si era rifugiato.

Il papa chiamò in aiuto i normanni di Roberto il Guiscardo, i quali arrivarono in città il 21 maggio 1084. Dopo aver sconfitto gli imperiali i normanni devastarono la Città riducendola a un cumulo di macerie e poi si ritirarono nel Salernitano con un ricco bottino e portando con sé lo stesso Gregorio come prigioniero. Il Papa sarebbe morto in esilio un anno dopo. Enrico IV morì invece nel 1106. La morte dei due duellanti però non mise la parola fine al confronto politico, religioso e militare tra Papato ed Impero.

La questione fu sanata con un compromesso, stipulato a Worms tra papa Callisto II e l’imperatore Enrico V (1122), in virtù del quale l’imperatore si impegnava a rinunciare al conferimento di dignità e poteri spirituali, mentre il pontefice riconosceva al suo avversario il diritto di concedere e revocare i benefici feudali. In più, c’era una differenza territoriale: mentre in Italia la consacrazione religiosa avrebbe dovuto precedere l’investitura feudale, in Germania sarebbe avvenuto il contrario. Nonostante il concordato di Worms, la Chiesa nel Medioevo non ottenne mai un controllo completo nella nomina dei vescovi. Ma le basi per la progressiva divisione dei poteri erano state gettate.

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