Il gioco nel Medio Evo

Per la grande maggioranza della popolazione il tempo da dedicare al gioco era veramente scarso, per lo più concentrato nelle feste comandate di natura religiosa (Natale, Pasqua, la Pentecoste) o durante qualche fiera di paese particolarmente importante. Cosa diversa per nobili e mercanti facoltosi che non disdegnavano di passare le serate giocando.

Uno dei giochi più popolari ed “interclassisti” era la zara, citata perfino da Dante nel Purgatorio. La zara si giocava in due con tre dadi, che venivano buttati su un tavolo. Il lanciatore gridava «zara!», chiamando con questa parola i punti dal 6 in giù e dal 15 in su, cioè i meno probabili, mentre il giocatore chiamava un numero tra il 7 e il 14. La vittoria arrideva a chi dei due avesse indovinato. Con ogni probabilità questo gioco era stato importato grazie ai contatti commerciali con il mondo arabo e dalla sua etimologia deriva la parola azzardo che tutt’oggi indica il gioco dove si punta del denaro.

Le carte invece fecero la loro apparizione in Europa nel Trecento e diventarono immediatamente così popolari che i Re di Francia introdussero una tassa sulla loro fabbricazione. Uno dei giochi di carte più apprezzati dalla gente comune erano i tarocchi che venivano utilizzati per la divinazione del futuro. Questo gioco però non era popolare soltanto tra i ceti più umili ma anche tra quelli più abbienti e perfino fra l’aristocrazia.

Il re spagnolo Alfonso X il Saggio non disdegnava infatti di dilettarsi nell’arte dei tarocchi a cui dedicò addirittura un trattato. La Chiesa non guardava di buon occhio il gioco che riteneva fosse l’anticamera del vizio e del demonio.

il predicatore Bernardino da Siena, nel 1425, condannava senza appello non solo i dadi, ma anche le carte. Purtroppo per lui, i dadi erano una vera e propria mania: il poeta Cecco Angiolieri (1260-1312) amava ripetere che le tre cose che gli erano più gradite erano la donna, la taverna e, appunto, il dado. L’associazione con taverne e donne rappresentavano per la Chiesa la sentina di tutti i vizi peggiori, da qui l’avversione profonda per il gioco dei dadi.

Di diverso tenore il rapporto dei religiosi con il gioco degli scacchi che era praticato quasi esclusivamente da re e nobili. A volte gli scacchi davano anzi l’estro per dispute filosofiche come quella nel Ludus scaccorum del domenicano Jacopo de Cessolis. Scacchiere e pezzi erano costruiti con materiali preziosi tra cui trionfava l’avorio. Nel corso dei secoli alcuni pezzi si “trasformarono”: l’elefante divenne l’alfiere, il cammello la torre e il visir si mutò nell’attuale regina.
Se gli scacchi erano un gioco riservato in maniera pressocché esclusiva a nobili ed intellettuali, l’albero della cuccagna, popolarissimo durante tutto il Medio Evo era prevalentemente un gioco del popolo. Si trattava di un grosso palo eretto al centro di una piazza, ricoperto con grasso o materiale untuoso per renderne più difficile la scalata: in cima, i contendenti avrebbero trovato generi alimentari succulenti.

Le origini di questo gioco di destrezza pare siano di origine celtiche e si ritiene che ad introdurlo in Italia e nel resto d’Europa furono i Franchi. Nell’estremo nord del vecchio continente, tra i vichinghi i giochi erano per lo più prove di forza e di destrezza particolarmente adatti ad una società di guerrieri.

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