L’invenzione del “limbo” nel Medio Evo

In quel lunghissimo periodo storico che per convenzione chiamiamo Medio Evo la mortalità infantile era altissima. Studi recenti hanno stabilito che circa il 45% della popolazione non arrivava ai 20 anni, ma la morte nei primi 3 anni di vita (per malattia e denutrizione) era ancora percentualmente più alta.

Così come era altissima la percentuale di bambini che perivano durante il parto. Come se questo non bastasse, allo strazio per la morte prematura del neonato o del bambino si assommava la disperazione dei genitori per il suo destino nell’aldilà. Come abbiamo più volte ricordato parlando di questo periodo la società medioevale era profondamente religiosa e la Chiesa svolgeva un ruolo ed esercitava un potere spirituale e temporale senza precedenti.

Le anime dei neonati morti prima di ricevere il battesimo erano, secondo la dottrina, destinate al fuoco eterno della dannazione. Secondo sant’Agostino (354-430) «le Sacre Scritture e la stessa tradizione testimoniale della Chiesa attestano che esse [le anime] vengono dannate se siano uscite dal corpo in tale condizione [senza battesimo]».

In altri termini l’assenza del sacramento del battesimo non mondava la giovane creatura dal peso del peccato originale. Dello stesso avviso era Fulgenzio di Ruspe (468-533), per cui è indubitabile che «non solo gli uomini già forniti di ragione, ma anche i bambini che cominciano ad aver vita nell’utero delle madri, o che siano già nati, che abbandonano questo mondo senza aver ricevuto il battesimo, dovranno essere puniti con il supplizio del fuoco eterno».

Queste posizioni di estremo rigore trovarono un parziale contrappeso in teologi quali Pietro Abelardo (1079-1142) e Pier Lombardo (1100-1160), i quali sostennero che l’unica pena a loro riservata fosse quella di soffrire la mancanza della Luce Eterna, ossia della visione di Dio senza l’aggiunta terribile del fuoco della dannazione.

L’interpretazione più drastica fu però confermata dal Concilio di Lione del 1274 (e successivamente quello di Firenze del 1439) che ribadirono con forza che le anime di chi muore in stato di peccato originale scendono all’inferno e subiscono gli usuali tormenti.

Questa posizione però alla lunga divenne insostenibile nella società, a partire dai genitori e dai parenti delle giovanissime vittime che non accettavano l’idea che bambini che non avevano avuto letteralmente il tempo di commettere niente di male fossero condannati all’Inferno. Per superare questa situazione di imbarazzo fu introdotta l’esistenza di un luogo chiamato “limbo” (dal latino orlo) dove le giovani anime dimoravano per l’eternità senza subire tormenti ma privati dalla vista di Dio. Nel Limbo dei Bambini, secondo diversi teologi, andavano anche i buoni non-cristiani (quindi, non-battezzati) morti in Grazia di Dio sufficiente da non dannarsi, ma senza la condizione necessaria per andare in Paradiso (in tal caso era detto, più genericamente, Limbo dei Giusti).

Soltanto nel 2007 un pronunciamento di Papa Benedetto XVI affermò definitivamente l’inesistenza del Limbo, cozzante con i principi della religione cattolica, non avendo colpa l’individuo del suo “non-battesimo”, soprattutto nei casi di bambini  morti prima del battesimo. Infatti l’attuale Catechismo della Chiesa cattolica prevede che i bambini morti senza Battesimo siano affidati «alla misericordia di Dio […] che vuole salvi tutti gli uomini».

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