Il mito della fondazione di Roma

La data della nascita di Roma il 23 aprile del 753 a.e.v. è da attribuirsi allo storico latino Verrone che si basò sui calcoli effettuati dall’astrologo Lucio Taruzio. Ovviamente nella realtà non esiste una data certa per la fondazione di Roma che fu il prodotto della progressiva unificazione di una serie di piccoli villaggi che insistevano nella stessa area laziale con un fenomeno che viene chiamato dagli esperti sinecismo urbano. Si trattava di villaggi di agricoltori e pecorai che attraverso un percorso durato decine di anni ritennero utile sia per la crescita economica che per la loro difesa procedere ad un’unificazione politica.

Per i futuri Romani però una nascita così “proletaria” e comune della città che dominerà il mondo occidentale e medio orientale per oltre un millennio era inaccettabile, per questo storici e poeti dell’epoca della tarda Repubblica e del primo Impero si affannarono ad uniformare una serie di miti e di leggende che si erano sviluppati nei secoli per dare ai posteri un racconto unitario e magnifico sulla nascita di Roma.

Tutto ha inizio da Enea che fugge da Troia ormai sconfitta ed in fiamme, vagabonda per tutto il Mediterraneo ed alla fine sbarca sulle coste laziale trascinandosi sulle spalle il vecchio padre Anchise. Nell’entroterra conosce e sposa Lavinia, la figlia del re Latino, fonda una città alla quale dà il nome della moglie. In seguito suo figlio Ascanio fonda Alba Longa, sul cui trono dopo circa duecento anni siederanno due loro discendenti, Numitore e Amulio.

Due Re per la stessa città però sono troppi ed Amulio effettua quello che potremmo definire un colpo di Stato bandisce Numitore, gli uccide tutti i figli maschi, salvando solo l’unica figlia femmina Rea Silvia che confina tra le sacerdotesse della dea Vesta, condannandola alla castità in modo da evitare che la giovane possa dare alla luce un figlio che in un futuro possa vendicare il torto subito da Numitore.

Amulio però non ha fatto i conti con l’esuberanza carnale di Rea Silvia che tutte le notti si abbandona a pensieri (e sogni) erotici tanto da catturare l’attenzione del dio Marte che una notte mentre la ragazza dorme le fa visita, le solleva le vesti e la possiede. Da questa fugace unione notturna Rea Silvia da alla luce due gemelli, Romolo e Remo, per l’appunto. Zio Amulio però sta in agguato: fa adagiare i gemelli su una piccola e traballante zattera, che poi viene abbandonata sul Tevere nella certezza che le acque del fiume o, caso mai, quelle del Tirreno provvederanno a ingoiarla.

Appare evidente come questa parte del mito richiami un’altra leggenda ovvero il salvataggio di Mosè dalle acque del Nilo. Solo che nel caso del patriarca ebreo è determinante l’intervento divino mentre nel caso di Romolo e Remo, sarà un improvviso cambio di corrente a depositare la traballante zattera sulla riva del fiume.

Il pianto dei due gemelli attira l’attenzione di una lupa che invece di sbranare i bambini li adotta, allattandoli e facendoli crescere. In questo modo questo straordinario animale ottiene la gratitudine dei Romani che eleggeranno la lupa a simbolo della città.

Più tardi però questo aspetto del mito assunse agli occhi dei posteri una certa dose di incredulità tanto che la lupa fu trasformata in una donna in carne e ossa, Acca Larentia, detta ‘la lupa’ per i suoi modi selvaggi e per le corna che infliggeva al povero marito.

Lupa o donna selvaggia e di facili costumi che sia i due gemelli crescono forti e ribelli e vengono a conoscenza del loro passato e dei torti subiti dalla loro vera madre e dal nonno Numitore. Non fanno uno e due che tornano ad Alba Longa (villaggio probabilmente sito nei pressi dell’attuale Castel Gandolfo), organizzano una rivolta, uccidono il perfido zio Amulio e rimettono sul trono il vecchio Numitore.

Romolo e Remo però sono giovani irrequieti e dal sangue bollente, figli di Marte, dio della guerra non possono condividere il potere con altri. Cercano quindi un luogo tutto loro dove edificare una città. La scelta cade nella zona dove la zattera si era arenata. E’ un’area un po’ paludosa ma la circondano sette colli. I due fratelli si scontrano sul nome da dare alla città che al momento non è altro che un agglomerato di quattro o cinque casupole di terra e fango. Decidono allora di salire Remo sull’Aventino e Romolo sul Palatino.

Chi vedrà più uccelli avrà il diritto di scelta. Remo ne vede sei, Romolo dodici: si chiamerà Roma, colei che è destinata a realizzare un potere mondiale la cui durata è rimasta finora imbattuta. Con una coppia di buoi bianchi i due fratelli tracciano i confini della città intorno al colle Palatino, erigendo il primo muro di cinta di Roma.

Romolo fa giurare al fratello che uccideranno tutti coloro che oseranno varcare queste mura con intenzioni ostili, il fratello che non ha digerito la sconfitta nella gara degli uccelli tira un calcio al muretto sbriciolandolo e Romolo, probabilmente edotto dalle vicende familiari di Numitore ed Amulio, non aspetta altro, uccide il fratello e diviene il primo Re di Roma.

Ed a proposito dei Re di Roma, il regista Matteo Rovere ha dedicato alla leggenda dei due gemelli il film “Il primo Re” interamente girato utilizzando come lingua una sorta di proto latino (il film è sottotitolato) che comunque merita di essere visto soprattutto per l’accurato tratteggio psicologico del rapporto tra Romolo e Roma.

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