Il “progetto imperiale” del cinema nel regime fascista

Siamo a metà degli anni Trenta dello scorso secolo. Da sei o sette anni tra addetti ai lavori e giornali si parla di “rinascita del cinema italiano”. In realtà nei cinema, ormai quasi tutti dotati di impianto sonoro, dominano i film hollywoodiani, doppiati in un fascinoso e talvolta umoristico gergo nostrano.

Le due principali case di produzione italiane la CINES di Roma e la FERT di Torino vivacchiano ospitando troupe raccogliticce che finite le riprese si sciolgono. La CINES subisce un profondo ridimensionamento, il vecchio management viene liquidato e viene rilevata dall’ingegner Carlo Roncoroni che avrà un ruolo fondamentale nella nascita di Cinecittà.

Il regime fascista ritiene il cinema essenziale nella costruzione della macchina del consenso e non tollera più la sudditanza produttiva e distributiva nei confronti del cinema americano. Nel 1934 Luigi Freddi, amico di Galeazzo Ciano e perciò ben introdotto presso Mussolini, venne incaricato di gestire la Direzione generale della cinematografia, finalizzata sia alla promozione che al controllo della produzione cinematografica italiana. Freddi, che in occasione di un viaggio negli Stati Uniti d’America aveva conosciuto David Griffith  si era appassionato agli aspetti produttivi della cinematografia statunitense.

Circondato da abili collaboratori come Luigi Chiarini e Jacopo Comin, Freddi diviene per alcuni anni il deus ex machina del cinema italiano. Inculca nella mente dei cinematografari che il loro mestiere non finisce nel procacciare i finanziamenti necessari, comprare un soggetto, scritturare attori e registi ed affittare uno studio, essi devono curare quegli aspetti promozionali che hanno fatto grande l’industria cinematografica statunitense: scattare foto durante le riprese, mantenere viva la curiosità nei giornali durante la produzione attraverso un costante flusso informativo, creare aspettative e gossip sugli interpreti.

Per dare il buon esempio Freddi crea un’agenzia di stampa specializzata presso la Direzione Generale di Cinematografia e favorisce la nascita di riviste e giornali specializzati sul cinema (“Lo Schermo”, “Cinema, “Bianco e Nero” ed il settimanale “Film”). Promuove inoltre il varo della legge 13 giugno 1935 che elargisce generosi contributi economici in grado di influenzare le scelte di produttori e registi.

Freddi incoraggia le grandi produzioni come “Casta Diva” (1935) diretto da Carmine Gallone. Il film racconta in modo romanzesco (la trama è quasi totalmente inventata) la giovinezza di Vincenzo Bellini ed avrà come interprete femminile la popolarissima Marta Eggerth (1912-2013), cantante ungherese naturalizzata americana, appartenente all’età d’oro dell’operetta.

Nello stesso periodo Freddi ed i suoi collaboratori delineano una linea nazionale del cinema che verrà poi denominata “progetto imperiale”. L’architrave del progetto è puntare su “storie italiane” per risollevare le sorti del cinema nazionale. Ed ecco fiorire produzioni come “Passaporto rosso” di Guido Brignone o “Le scarpe al sole” di Marco Elter.

Il cuore filmografico del progetto imperiale si ha tra il 1936 ed il 1938 con l’uscita di un trittico di film “Sentinelle di bronzo”, “Il grande appello” e “Luciano Serra pilota” che sfruttano il consenso popolare verso l’impresa etiopica creato da radio e giornali asserviti al regime, venduta come l’unica risposta possibile della “Grande Proletaria” alle pretese delle potenze occidentali.

A partire dal gennaio 1936 Freddi seguì passo per passo la costruzione della “città cinematografica” a Roma: dal luogo dove venne edificata, nella zona sud-est nota come Quadraro, al reperimento dei finanziamenti fino alla delineazione del quadro giuridico all’interno del quale avrebbe operato la società di gestione. Il 28 aprile 1937 fu inaugurata Cinecittà di cui Freddi fu il primo direttore. (Per saperne di più leggi La nascita di Cinecittà).

Un altro grande successo del “progetto imperiale” fu “Ettore Fieramosca” (1938) diretto da Alessandro Blasetti. Fieramosca e Luciano Serra diverranno figure leggendarie ed apprezzatissime dai ragazzini dell’epoca alla stregua degli eroi americani come Tom Mix, il celebre cow boy e Zorro, l’inafferrabile spadaccino.
All’apice del suo potere Luigi Freddi (1895-1977) ingaggiò un braccio di ferro con Giacomo Paulucci di Calboli, direttore dell’organo di propaganda del regime e fedelissimo di Mussolini.

Nel 1939 diede le dimissioni come capo della Direzione generale della cinematografia per l’insorgere di dissidi con le politiche del Ministero delle Politiche Culturali. Tutto il suo impianto teorico e le sue politiche però continuarono ad essere applicate nel cinema italiano e Freddi con la caduta del fascismo continuò la sua attività in favore della settima arte, sia come collaboratore per il quotidiano Il Tempo sia con Angelo Rizzoli e la sua casa di produzione cinematografica.

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