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La battaglia del molibdeno e la Grande Berta

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Gli incroci tra elementi della tavola periodica e gli armamenti sono innumerevoli. Una delle storie più interessanti è quella che riguarda il molibdeno, l’elemento chimico con peso atomico n. 42 e la battaglia che si scatenò durante la Grande Guerra per il suo controllo.

Il molibdeno un metallo di transizione. In forma pura è di colore bianco argenteo. È un metallo molto duro e tra gli elementi è quello contraddistinto da uno dei più elevati punti di fusione. In piccola quantità ha un effetto indurente sull’acciaio.

Dopo i gas l’arma tedesca che incuteva un sacro terrore ai soldati francesi ed inglesi era uno spaventoso mortaio prodotto dalla rinomata ditta Krupp. I primi esemplari pesavano 43 tonnellate e dovevano essere trasportati a pezzi sul luogo di utilizzo e montati in circa sei ore da una squadra di 200 uomini. Tutto questo per lanciare granate da 420mm dal peso di circa 800 chili fino a 9 km di distanza in pochi secondi.

La Grande Berta, come quest’arma fu soprannominata, probabilmente per il “Bertha” dell’alfabeto fonetico tedesco del 1905 in uso all’epoca , sostituito da “Bernhard” nel 1926 e reintrodotto in quello attuale, corrispondente all’attuale “Bravo” dell’alfabeto fonetico NATO, aveva però nei suoi primi esemplari un grave difetto. Anche se si limitava a sparare 2 o 3 granata al giorno, il grande calore prodotto dagli enormi quantitativi di polvere da sparo necessari, surriscaldavano il fusto d’acciaio che dopo pochi giorni di utilizzo si deformava, rendendo il mortaio inutilizzabile.

La Krupp allora ideò un sistema per irrobustire l’acciaio utilizzando una quantità discreta di molibdeno, materiale estremamente resistente al calore visto che il suo punto di fusione si raggiunge a 2600° contro i 1500° del ferro principale additivo dell’acciaio. In questo modo i mortai di seconda generazione della Grande Berta ripresero a martellare furiosamente e con maggiore intensità le linee nemiche.

I problemi erano però tutt’altro che risolti. La Germania non produceva il prezioso molibdeno e le sue scorte si stavano rapidamente esaurendo. All’epoca l’unica fonte di molibdeno conosciuta, era una miniera in stato di fallimento e quasi abbandonata, a Bartlett, in Colorado, Stati Uniti.

I diritti di sfruttamento erano stati rilevati da un certo Otis King, un aggressivo ometto del Nebraska, di professione banchiere. Con un’innovativa tecnica estrattiva, molto costosa, che lo portò quasi alla rovina, King riuscì ad estrarre 26 quintali di molibdeno puro. Era una quantità enorme che eccedeva del 50% la domanda mondiale di questo elemento. La situazione fu fotografata in un bollettino governativo del 1915 che venne in possesso della potente multinazionale tedesca Metallgeselischaft, con sede a Francoforte e filiale a New York.

I dirigenti di questa compagnia immediatamente diedero ordine ad un certo Max Schott, loro fiduciario in Colorado, di acquisire a tutti i costi la miniera di Bartlett Mountain. Schott ed i suoi emissari iniziarono a tormentare King sia con pretestuose azioni legali che con intimidazioni alle famiglie dei minatori, distruggendo le loro abitazioni proprio nel cuore dell’inverno con temperature che spesso toccavano i -30 sottozero. King, il proprietario della miniera, che peraltro veleggiava in cattive acque finanziarie, assoldò come guardia del corpo, un ex galeotto zoppo, soprannominato Adams “Due Pistole”. Questa precauzione non lo salvò da un agguato degli sgherri di Schott, che armati di coltelli ed asce, lo aggredirono, lanciandolo sotto un burrone.

King si salvò miracolosamente grazie ad un banco di neve particolarmente soffice. Forse era il solo che poteva avere un’idea del perché i tedeschi volevano a tutti i costi impossessarsi di quella sperduta miniera. D’altra parte gli Stati Uniti non erano ancora in guerra con il Reich e quindi le schermaglie per il controllo della preziosa fonte di molibdeno continuarono.

Alla fine fiaccato dalle intimidazioni King vendette la miniera per soli 46.000 dollari. Soltanto nel 1918 il governo federale statunitense intervenne nazionalizzando la miniera di Bartlett Mountain, ma ormai la frittata era fatta e grazie agli ingenti quantitativi di molibdeno inviati in Germania, la Grande Berta sparerà per tutta la Guerra, infliggendo danni, terrore e vittime alle forze alleate.

Meglio andò al coriaceo Otis King che riprese ad investire nell’acciaio “corretto” al molibdeno e divenne milionario grazie al fatto che convinse Henry Ford ad utilizzare questa lega per la produzione delle sue auto.

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