Gli zingari ed il Terzo Reich

Gli zingari furono secondi soltanto agli ebrei nell’odio razziale dei nazisti. Eppure si trattava di una popolazione numericamente molto modesta, in tutta la Germania, agli inizi degli anni Trenta se ne contavano circa 26.000. Si trattava per lo più di unità familiari allargate facente capo ad unità etniche più vaste dallo stile di vita nomade: sinti, rom e lalleri.

Erano giunti in Europa centrale intorno al XV secolo secondo alcuni dall’Egitto, da qui la definizione italiana di gitani o quella inglese di gipsy. In realtà provenivano dal subcontinente indiano. Di pelle scura, con una lingua incomprensibile, nomadi, erano ben presto rimasti isolati dal resto della società tedesca scatenando già dalla metà del Diciassettesimo secolo ondate di ostilità e di rigetto sociale.

La loro situazione migliorò leggermente all’inizio dell’Ottocento grazie al romanticismo che li dipingeva come elementi selvaggi e stravaganti esperti nell’arte della divinazione e custodi di presunte conoscenze occulte, ma già alla fine del secolo, con l’avvento della “biologia criminale” legislatori e governanti li rigettarono nella categoria delle etnie pericolose.

Il loro rifiuto di uniformarsi allo stile di vita sedentario, a frequentare le scuole, a pagare le tasse, il loro concetto “elastico” di proprietà privata gli guadagnarono le vessatorie attenzione degli organi di polizia. Già nel 1926 il governo bavarese emano una legge durissima che equiparava gli zingari alla più vasta categoria degli asociali e degli scioperati dando vita ad una massiccia schedatura dei gitani.

Con l’avvento al potere dei nazisti, inizialmente gli zingari si “limitarono” a subire qualche irruzione nei loro campi da parte delle camice brune ed occasionali atti di violenza. Il 6 giugno 1936 con un decreto del Ministero degli Interni fu incentivata la creazione di campi di concentramento sulla falsariga di quello realizzato a Francoforte sul Meno. Pur non essendo ancora delle vere e proprie prigioni, gli zingari potevano entrare ed uscire in relativa libertà, questi campi versavano in condizioni spaventose, ben peggiori dei campi rom che venivano demoliti dalle autorità naziste.

Quando nel luglio del 1936 i 600 zingari berlinesi furono espulsi dai campi rom della Capitale e confinati nel campo di concentramento di Marzahn, quest’ultimo aveva soltanto 2 latrine, 3 rubinetti per l’acqua, niente elettricità ed un numero insufficiente di baracche per chi non possedeva un carro coperto.

Nel marzo del 1937 la popolazione zingara confinata era salita a 800 unità e le terribili condizioni igieniche avevano portato ben il 40% dei confinati ad avere la scabbia. Nello stesso periodo però ancora buona parte degli zingari viveva nella società germanica anche perché molti di essi si erano sposati con tedeschi, avevano cambiato vita e vivevano sedentariamente in stanze od appartamenti in affitto.

L’8 dicembre 1938 Himmler avviò la fase due nell’aggressione nazista agli zingari con un decreto che li obbligava a registrarsi ed a sostenere un esame bio razziale. Il documento di identità che ne risultava specificava se l’individuo era un gitano “puro”, un “mescidato” o assente. Va da se che questo documento era indispensabile per ottenere qualunque cosa, dalla patente d’auto al permesso di sposarsi. L’intero processo di identificazione fu condotto dalle forze di polizia con la collaborazione di un settore del servizio sanitario nazionale appositamente creato nel 1936 e diretto da un giovane medico Robert Ritter. Secondo quest’ultimo gli zingari erano una razza primitiva ed inferiore costituzionalmente incapace di di condurre un normale stile di vita.

Paradossalmente e ribaltando almeno in parte la logica nazista applicata agli ebrei, Ritter sosteneva che i gitani di “etnia pura”, per altro a suo dire, una minoranza non costituivano un pericolo per la società, mentre i cosiddetti mescidati, ovvero coloro che si erano sposati o comunque “mescolati” con la popolazione tedesca costituivano un pericoloso fattore di ibridazione degenerativa dal punto di vista della purezza della razza ariana.

Nel marzo del 1939 Himmler vietò qualunque forma di “contaminazione” sessuale e razziale tra i gitani e la popolazione tedesca. Allo scoppio della seconda guerra mondiale Himmler aveva ormai realizzato tutte le premesse di ordine repressivo, legislativo e pseudo scientifico per portare a compimento quello che nel decreto dell’8 dicembre 1938 veniva definita come “la soluzione finale della questione gitana”.

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