Il domani che verrà: Il teletrasporto – Ep. 7

Nella serie di questi post dedicati a scenari di un prossimo futuro, ci siamo mantenuti nell’alveo di processi che sono già iniziati e che nel corso dei prossimi 20 o 30 anni ci regaleranno sorprendenti innovazioni. Con quest’articolo e con il prossimo ci addentreremo invece in un territorio che al momento appartiene più alla fantascienza e affronteremo due temi che certamente non hanno alcuna possibilità di realizzarsi in questo secolo e probabilmente neppure nel prossimo.

Iniziamo con il teletrasporto. Il primo esempio di questo singolare trasferimento di materia lo troviamo nel racconto “L’uomo senza corpo” scritto nel 1877 dall’americano Edward Page Mitchell. Il corpo di un essere umano vivente viene scomposto in atomi e trasmesso in forma di corrente elettrica attraverso un cavo per riassemblarsi a distanza di molti chilometri in una stazione ricevente. Notevole, se pensiamo che in quell’epoca la stessa esistenza degli atomi non era così universalmente accettata e che non si aveva conoscenza degli elettroni.

Quasi cinquanta anni dopo, nel 1929 sir Arthur Conan Doyle, il creatore del celebre Sherlock Holmes, scrive una racconto “La macchina disintegratrice” che rispolvera questo strabiliante fenomeno. E’ soltanto nel 1931 però che Charles Fort, scrittore di fantascienza e cultore di eventi del paranormale, conierà il termine “teletrasporto”.

Senza ombra di dubbio questa avveniristica tecnologia deve però la sua consacrazione definitiva alla saga televisiva di Star Trek. Iconiche sono le frasi associate all’utilizzo di questa modalità di viaggio che consente ai personaggi della nave stellare Enterprise di spostarsi senza l’ausilio di mezzi di locomozione: “Mi faccia risalire, signor Scott” oppure “Energia!”.

E pensare che Gene Roddenberry, il creatore della fortunata serie tv, aveva concepito l’utilizzo del teletrasporto esclusivamente come un mezzo per risparmiare qualche dollaro nella produzione delle singole puntate. Era infatti molto più costoso filmare l’approdo di una navicella spaziale su un misterioso pianeta alieno piuttosto che simulare con effetti speciali molto semplici la smaterializzazione del capitano Kirk e la sua istantanea comparsa sul mondo di turno. Ma cosa c’è di realistico nello spostare della materia da un punto all’altro dello spazio?

Contrariamente a quello che si può credere a livello subatomico questo fenomeno avviene continuamente grazie al cosiddetto tunnel quantistico. Ancora più intrigante è la caratteristica della meccanica quantistica nota come entanglement che prevede appunto l’esistenza di una correlazione tra due particelle anche molto distanti tra loro. Nel momento che compiamo qualunque tentativo di misurazione o di disturbo di una, istantaneamente, anche l’altra viene interessata. Nella meccanica quantistica questo si spiegherebbe perché le due particelle correlate attraverso l’entanglement farebbero parte di un unico sistema anziché comportarsi come entità indipendenti.

Nel 1993 Charles Bennet ha realizzato il primo teletrasporto quantistico di un’informazione (per saperne di più vedi “Il teletrasporto quantistico”

Quello che però avviene per un atomo o un singolo fotone è impossibile effettuarlo per un essere umano composto da migliaia di miliardi di atomi. Il fenomeno della decoerenza quantistica, ovvero il collasso della funzione d’onda, rende impossibile, almeno per l’attuale livello tecnologico e di conoscenze, replicare quello che avviene con estrema disinvoltura nelle puntate di Star Trek.

Da notare che quando si trasferisce una particella si va ben oltre una replicazione dell’originale, a livello quantistico, si trasferisce tutto il contenuto delle informazioni di una singola particella il che equivale a trasferire l’intera particella. In conclusione ci preme ribadire che siamo ancora anni luce distanti dal padroneggiare una tecnica che possa permettere il teletrasporto di un cane o di un essere umano.

Per il momento dovremo continuare a confinare questo straordinario modo di spostarsi nello spazio alla letteratura ed al cinema di fantascienza.

6 commenti

  1. Perché nel post viene usata la formula “siamo ancora anni luce distanti” usando una misura di distanza per indicare una misura di tempo?

    1. Author

      L’anno luce misura anche il tempo oltre che la distanza

      1. Ne è proprio sicuro?
        L’anno luce è un’unità di misura della lunghezza, definita come la distanza percorsa dalla radiazione elettromagnetica nel vuoto nell’intervallo di un anno.

        Per favore verifichi, perché errare è umano, ma sbagliare sulle unità di misura in un sito dedicato alla scienza è diabolico!

        1. Author

          Lei ha tecnicamente ragione, la frase in questione è stata scritta in senso figurato, per marcare la profonda distanza che ci separa dalla possibile scoperta di una forma di teletrasporto per organismi multicellulari. Grazie comunque per la sua preziosa e doverosa segnalazione.

          1. La ringrazio.
            Possiamo quindi concordare che l’affermazione
            “L’anno luce misura anche il tempo oltre che la distanza” è un errore, sia che la si usi in senso figurato, per intendere un futuro o un passato lontani nel tempo, sia che in senso proprio, perché una distanza non è un tempo.
            Quindi, fatte le debite equivalenze, si può misurare la distanza tra Milano e Roma, o anche il diametro di un capello, in anni luce ma non in anni.
            E si può invece misurare la vita di un uomo o la velocità di decadimento di un atomo radioattivo in anni, multipli e sottomultipli, ma non certo in anni luce.
            Grazie e buon lavoro.

  2. Forse confonde l’anno con l’anno luce.
    Uno misura il tempo, l’altro una distanza.

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