La storia del più grande reporter di guerra giapponese

A vederlo Gen Nishino, che dopo Pearl Harbour aveva trentasette anni, non era niente di speciale. Esile, alto un metro e cinquanta, con gli occhi mobilissimi, schivo e di poche parole, per gli occidentali non aveva niente di molto diverso da milioni di altri giapponesi.

Nishino invece era il più celebre e bravo inviato speciale e corrispondente di guerra del Sol Levante e scriveva per il più autorevole e diffuso quotidiano del paese il “Mainichi”. Un giorno viene convocato dal suo Direttore, rifornito di una somma esorbitante per l’epoca equivalente a 25.000 dollari di allora e  di una macchina per scrivere portatile con l’incarico di seguire l’inarrestabile avanzata dell’esercito nipponico nel Pacifico.

Il DIrettore gli consegnò un portafortuna e lo congedò con un laconico “Non farti ammazzare”. Gen Nishino, quindi, vestito da ufficiale e con il portafoglio indecorosamente ricolmo di soldi, parte insieme ad un contingente di otto giornalisti per le Filippine. E’ il 1942.

Fare il corrispondente di guerra piaceva a Nishino e poi viveva in un momento straordinario. Non doveva faticare a scovare le notizie queste gli cadevano letteralmente addosso. Si c’era quella seccatura che gli Alti Comandi nipponici esigevano che si evidenziasse come in ogni articolo fosse chiaro che i soldati erano lieti di morire per la patria e sicuri dell’inevitabile vittoria finale, ma Nishino pensava che questo fosse un tributo comune che la stampa di ogni nazione belligerante doveva pagare allo sforzo bellico.

E’ così Nishino aveva seguito l’esercito a Mindanao e poi a Davao, e quindi in una serie infinita di isole ed isolette del Pacifico di cui era persino difficile ricordarsi il nome. Un giorno poi arrivato in Nuova Caledonia Nishino apprende da fonti dell’esercito di una grande vittoria della Marina giapponese a Midway, un gruppo di isole molto più a nord della sua posizione. Siamo nella prima decade del 1942. Si parla di pesantissime perdite americane.

Nishino è un reporter troppo esperto per credere acriticamente ad una notizia del genere ed una successiva intercettazione di un programma radio trasmesso da una stazione di San Francisco che da un’interpretazione diametralmente opposta delle perdite, pur confermando quelle statunitense, lo convince che le cose sono andata in modo molto diverse dalla propaganda dell’esercito imperiale. Come scoprirà in seguito gli americani affondando quattro grandi portaerei di squadra nemiche, segnarono un punto di svolta nella guerra del Pacifico con l’arresto dell’avanzata nipponica.

Un paio di mesi dopo Nishino ed i suoi colleghi giornalisti vengono imbarcati e spediti in una località ignota. Scoprirà in seguito che si tratta dell’isola di Guadalcanal occupata dagli americani il 7 agosto del 1942. L’obiettivo è riconquistare a tutti i costi questa posizione strategica che avrebbe minacciato le rotte tra Stati Uniti, Australia e Nuova Zelanda.

Tra agosto e novembre i giapponesi effettuarono numerosi tentativi di riprendere l’isola e la base aerea (denominata Henderson Field dagli statunitensi) che causarono tre battaglie terrestri, cinque battaglie navali e scontri aerei quasi quotidiani, una serie di combattimenti culminata nella decisiva battaglia navale di Guadalcanal a metà novembre, nella quale venne respinto l’ultimo grande sforzo giapponese di far sbarcare un numero sufficiente di truppe per ricatturare l’aeroporto. A dicembre il Giappone rinunciò alla riconquista dell’isola di Guadalcanal ed evacuò le forze restanti entro il 9 febbraio  1943, lasciando definitivamente l’isola in mano agli Alleati.

Nishino fu tra gli ultimi ad essere evacuato, ridotto pelle ed ossa per la fame patita aveva ancora negli occhi l’orrore per le condizioni dei soldati giapponesi mandati al massacro contro le mitragliatrici americane, rimasti a corto di armi, cibo, medicinali e munizioni.

Quando giunse alla base di Rabaul e potè lasciare l’ospedale, Nishino si presentò al Quartier Generale della 17ma Armata per parlare con il comandante. Fu ricevuto da un tenente colonnello dallo sguardo ottuso e dall’uniforme ben stirata a cui rappresentò le drammatiche condizioni di vita delle ultime forze combattenti giapponesi rimaste a Guadalcanal.

L’ufficiale lo irrise sprezzante e lo congedò affermando in modo tagliente: “Si ricordi che non la faremo mai tornare in Giappone, sarebbe come mandare una spia in Patria”.

Fu in quell’istante che Gen Nishino realizzò compiutamente che la guerra era persa.

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