Lo tsunami dell’automazione

Uno dei pericoli del cambiamento climatico è quando queste modificazioni del clima si manifestano molto velocemente rompendo lo schema geologico riscaldamento/raffreddamento che ha sempre interessato la storia del nostro pianeta.
L’impatto del cambiamento tecnologico sui mercati e sulle nostre società funziona più o meno allo stesso modo.
Finché il cambiamento è graduale, l’economia, la società riusciranno a rispondere ed adeguarsi senza eccessive ripercussioni sulla vita di milioni di persone. Troppo veloce, ed è il caos.
L’impetuoso sviluppo dell’intelligenza artificiale e dei processi di automazione produce alcuni rischi sociali (ed economici) molto seri, primo dei quali e l’espulsione di centinaia di migliaia di lavoratori cancellando i loro impieghi.

Ma la seconda minaccia è molto più sottile e difficile da individuare inizialmente. Molti miglioramenti tecnologici cambiano le regole del gioco permettendo alle imprese di riorganizzarsi e riprogettare il modo in cui lavorano. I miglioramenti nell’organizzazione e nei processi spesso rendono obsoleti non soli i lavori, ma anche le competenze.

Per i lavoratori espulsi dal sistema produttivo per eliminazione delle competenze e non soltanto degli impieghi le cose sono molto più complicate perché acquisire nuove competenze è un processo che richiede molto tempo e che per alcuni, ad esempio lavoratori oltre i 45-50 anni può rivelarsi addirittura impossibile.

Per capire quanto può essere devastante più che il progresso tecnologico la sua velocità, prendiamo ad esempio l’agricoltura, uno dei pilastri della forza lavoro per l’umanità sin dal 5000 avanti Cristo. Agli inizi dell’Ottocento, negli Stati Uniti, l’80% degli americani lavorava nel settore agricolo, un secolo dopo, nel 1900 questa percentuale era scesa al 40%. Oggi, soltanto l’1,5% delle persone (compresi i lavoratori a nero) lavorano negli Stati Uniti in agricoltura. Questo enorme depauperamento della forza lavoro in agricoltura è dovuto unicamente all’intensiva introduzione dei sistemi di automazione.
Quindi negli ultimi due secoli l’economia americana è stata in grado di assorbire, ogni anno, in media l’1/2% di lavoro agricolo in meno, senza nessun particolare sconvolgimento. Ebbene se questo processo invece che in 200 anni fosse avvenuto in 20 anni lo sconvolgimento sociale ed economico sarebbe stato drammatico.
I processi di sviluppo degli intelletti sintetici hanno questo spaventoso ritmo e quindi le conseguenze che si prospettano nei prossimi dieci-quindici anni potrebbe avere quei contorni drammatici tipici delle grandi crisi sistemiche del capitalismo.

Questi lavoratori artificiali sono già presenti e stanno cambiando radicalmente il modo di concepire il lavoro e le competenze necessarie per eseguirlo. Per esempio, prendiamo in considerazione il modo in cui Amazon costantemente riadatta gli schemi di stoccaggio dei suoi magazzini. Software sofisticati collocano articoli vicini ad altri del tutto diversi soltanto in base alla frequenza con cui sono spediti assieme, o semplicemente collocati con articoli che non ci incastrano niente, ad esempio scope con televisori, soltanto perchè possono essere ordinati in modo più compatto, risparmiando spazio.

Questo che per un magazzieniere umano può essere un caos incredibile, dove diventa difficilissimo orientarsi, in maniera veloce ed efficiente, per un magazziniere sintetico, dotato di ampia potenza di calcolo e di sterminati data base, non costituisce alcun problema.
In realtà l’automazione non comporta soltanto il rimpiazzo del lavoratore e l’incremento dell’efficienza in una determinata mansione ma cosa ancora più drastica e potenzialmente pericolosa l’estensiva disgregazione causata dai processi di riprogettazione. Per questo alcuni lavori insospettabili soccombono all’automazione e potrebbero addirittura scomparire.

Non sono al sicuro, almeno se guardiamo al medio periodo neppure quei lavori che richiedono una forte capacità di relazione con l’essere umano. Quella che si prospetta in funzione del tumultuoso sviluppo dell’intelligenza artificiale è quindi, quella che gli economisti, definiscono disoccupazione strutturale.

Questa tendenza non soltanto è reale ma l’allarme che dovremmo avvertire non ha niente di contraffatto o esagerato. L’economia ed in special modo quella capitalistica ha una sana venerazione degli indici economici e segue con forza la strada che alcuni di questi dati tracciano come la più conveniente per massimizzare i profitti.
Per questo l’automazione e la sua velocità di crescita esponenziale sono sempre di più un must dalla grandi realtà imprenditoriali (ed a cascata anche da quelle medie e piccole). Prendiamo uno degli indici più crudeli ma importanti per la performance aziendale ovvero il rapporto tra il fatturato totale di un’azienda ed il suo numero di dipendenti. È una misurazione standard di quanto sia efficiente la compagnia, o almeno del rapporto dipendenti-efficienza.

Il guadagno per dipendente di Amazon, il più grande dei rivenditori online, che punta decisamente sull’utilizzo di sistemi di automazione e di IA, negli scorsi cinque anni è stato di circa di 855.000 dollari.

Lo stesso indice per Walmart, il più grande rivenditore fisico degli Stati Uniti non arriva a 213.000 dollari per dipendente.

Il futuro è tracciato e lo scenario che si prospetta, se la politica non affronterà questo tema con serietà, è tutt’altro che roseo.

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