La fine dell’Impero coloniale italiano – Episodio 2

Nel 1940 il Negus Hailè Selassiè, in esilio a Londra, rompe gli indugi e ritiene venuto il momento di avvicinarsi all’Etiopia per l’assalto finale all’Africa Orientale Italiana. Si insedia quindi a Khartoum, in Sudan, e migliaia di guerriglieri etiopi elettrizzati dalla sua presenza passano i confini e si ammassano intorno alla regione di Khartoum dove saranno arruolati ed inquadrati nella Gideon Force dotata di ben 15.000 cammelli e quindi particolarmente idonea al trasporto delle salmerie attraverso foreste e savane.
Nel novembre di quell’anno dal Sudan gli inglesi tentano un primo attacco ma sono respinti da una vigorosa reazione italiana che li fa sloggiare da Gallabat e Metemma.
A gennaio dell’anno successivo però l’attacco britannico dalla frontiera sudanese sarà molto più incisivo e i reparti italiani non reggono l’urto e sono costretti a ripiegare ordinatamente. Due giorni dopo gli inglesi conquistano Cassala ed è in occasione di questi primi, duri scontri che si registra una celebre e temeraria carica di cavalleria al fine di ritardare l’avanzata britannica. Il tenente Amedeo Guillet, alla testa della cavalleria amhara, caricò gli avversari scompaginandone le truppe. L’ufficiale britannico vittima dell’assalto in seguito così descrisse l’avvenimento:“Quando la nostra batteria prese posizione, un gruppo di cavalleria indigena, guidata da un ufficiale su un cavallo bianco, la caricò dal Nord, piombando giù dalle colline. Con coraggio eccezionale questi soldati galopparono fino a trenta metri dai nostri cannoni, sparando di sella e lanciando bombe a mano, mentre i nostri cannoni, voltati a 180 gradi sparavano a zero. Le granate scivolavano sul terreno senza esplodere, mentre alcune squarciavano addirittura il petto dei cavalli. Ma prima che quella carica di pazzi potesse essere fermata, il Royal Regiment dovette ricorrere alle mitragliatrici”
Nonostante questo ed altre gesta eroiche i britannici spezzano in due lo schieramento italiano, da una parte le truppe indigene del generale Lorenzini, dall’altra le forze del generale Nasi che sono costrette ad abbandonare Gallabat. Il 30 gennaio gli inglesi sfondano ulteriormente e gli italiani al comando dell’ottimo generale Carmineo decidono di trincerarsi nella zona rocciosa di Cheren.
Passano cinque giorni di calma che danno a Carmineo il tempo di organizzare la difesa, da un lato ci sono per gli italiani 28 battaglioni, 7 composti da truppe italiane e 21 da indigeni, per circa 13.000 uomini complessivi e 120 cannoni. Gli inglesi invece schierano ben 28.000 soldati indiani e 6.000 britannici, oltre ad avere la totale supremazia dei cieli.
La battaglia infurierà per 54 giorni rivelando la determinazione ed il coraggio delle truppe italiane.
Tra il 23 ed il 26 marzo gli italiani subiscono oltre 1000 morti e 2.300 feriti, Carmineo tenta di ripiegare verso Ad Telesan ma gli inglesi il 31 marzo raggiungono l’Asmara e costringono alla resa i nostri. Massaua cade il 7 aprile. Il Mar Rosso diventa sicuro e navigabile per le navi americane che riforniscono gli inglesi nel teatro medio-orientale e nord-africano. Il vero obiettivo della campagna è raggiunto.
Occupata l’Eritrea adesso è il turno dell’attacco dal Kenya. Anche in questo caso si ripercorrono gli stessi errori fatti in precedenza, invece di concentrare la difesa nel ben munito acrocoro etiopico si tenta di difendere oltre 200 km di fronte lungo il fiume Giuba, disperdendo le forze e senza poter costituire validi approntamenti difensivi.
Le forze comandante dal generale Cunningham sfondano il velo sottile di truppe italiane attraversano l’Ogaden e prendono Giggica.
Finalmente ma ormai tardivamente gli italiani ripiegano verso i campi fortificati di Gimma, Gondar, Amba Alagi e Dessiè. Il 5 maggio Hailè Selassie, scortato dal colonnello Wingate, entra a bordo di un’Alfa Romeo, dopo cinque anni di esilio, nella capitale Addis Abeba.

…..continua…

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