La liberazione di Roma

Il 4 giugno 1944 gli Alleati entrarono nella Città Eterna. Una fila interminabile di carri armati della Quinta Armata puntò verso il Tritone e poi verso Piazza di Spagna, tra ali di folla entusiasta che festeggiava i liberatori, soprattutto gli americani. Quella notte migliaia di romani eccitati per l’evento tanto atteso tirarono tardi per le strade, l’incubo dell’occupazione tedesca era finito.
Il feldmaresciallo Kesserling aveva rinunciato ad affrontare gli uomini di Clark per le strade di Roma e mise in atto un ripiegamento delle sue forze sulla linea gotica per evitare un aggiramento, abbandonando così Roma, che l’Italia aveva proclamato da tempo città aperta, ma che i tedeschi avevano continuato ad usare come sede di comandi e di truppe nonché come nodo di comunicazioni e trasporti.
Il 5 giugno le forze alleate continuarono a penetrare nella capitale italiana, improvvisando delle vere e proprie parate, freddi e scostanti inglesi e francesi, divertiti ed un po’ stupiti dall’accoglienza gli americani che di fatto incamerarono gran parte dei favori popolari, tanto che, un po’ perfidamente il giorno dopo, il giornale La Patrie, foglio delle truppe francesi, scriveva: “Des vivats pour des cigarettes!” (degli evviva per delle sigarette).
Quel giorno una folla imponente si assiepò a San Pietro per festeggiare con il Papa l’avvenuta liberazione riconoscendo un ruolo (storicamente anche eccessivo) al Sommo Pontefice nelle ultime vicende.
Lo stesso giorno, il 5 giugno, la Gazzetta Ufficiale, portava l’atto di abdicazione di Vittorio Emanuele III a favore del figlio Umberto, che raggiunse suo malgrado un desolato e buio Quirinale. Il vecchio re aveva dovuto passare la mano e lo aveva fatto malvolentieri, relegato a Villa Roseberry, duramente osteggiato sia dagli Alleati che dal Comitato di Liberazione Nazionale.
Umberto si sentiva inadeguato e non era abituato a fare scelte che contrariavano l’anziano sovrano, ogni volta che poteva si allontanava dal Quirinale, che soprattutto di notte, illuminato da candele era davvero un posto tetro, quasi come l’umore del Luogotenente del Regno.
Intanto l’incontro tra i comandanti militari alleati ed il CLN mise in chiaro subito che la resistenza chiedeva che i rappresentanti della risorta classe politica libera e democratica prendessero in mano direttamente l’amministrazione della città e della parte del Paese già liberata.
Il giorno 8 giugno arrivò, trasportato dagli alleati, il governo Badoglio e lo stesso giorno si incontrò con i rappresentanti del CLN. L’incontro si svolse in una sala del Grand Hotel requisita dalle forze alleate, alla presenza del generale americano Mc Farlane, si sedettero intorno al tavolo Badoglio, Togliatti, Bonomi, De Gasperi, La Malfa, Scoccimarro, Casati e Nenni.
La discussione prese subito una piega inaspettata con la perentoria richiesta del CLN di un nuovo esecutivo che nascesse da una limpida e chiara ispirazione antifascista. Preso in contropiede Badoglio disse che doveva condividere la novità con il Luogotenente ed abbandonò provvisoriamente la riunione.
La discussione tra Umberto e Badoglio durò quasi tre ore, man mano emerse la consapevolezza che l’idea di un semplice rimpasto governativo che rafforzasse l’autorità del dicastero Badoglio era impraticabile. Il CLN esigeva un taglio netto con il passato fascista cosa che sia per le modalità di costituzione che per il passato di molti suoi membri il governo Badoglio non poteva garantire.
Amareggiato il vecchio maresciallo torna al Grand Hotel, recando la disponibilità del Luogotenente per la formazione di un nuovo governo. Il CLN impose il nome di Bonomi come capo dell’Esecutivo. Ugo La Malfa scrisse nelle memorie di quella memorabile giornata che se la risposta del Luogotenente fosse stata più ferma, probabilmente il CLN si sarebbe spaccato, ma altri smentirono questa interpretazione dell’esponente repubblicano.
Bonomi chiese un po’ di tempo per formare il nuovo governo, ma pressato dai comandi militari alleati, due giorni dopo consegnò la lista dei ministri.
Mc Farlane in un’altra riunione al Grand Hotel approvò la lista dei ministri e comunicò che il neo governo si sarebbe dovuto trasferire per qualche tempo a Salerno, perchè Roma rimaneva ancora zona di guerra.
Quasi tutti i ministri trovarono alloggio in una villa privata nei dintorni di Vietri, davanti avevano un compito improbo, quasi impossibile, far risorgere un paese ancora diviso e dilaniato dalla guerra, profondamente impoverito e devastato.
La figlia di De Gasperi ricordava uno dei pranzi di quei giorni, nei quali servendo delle polpette un cameriere sussurrava: “Una sola mi raccomando, Eccellenza.”
Nel frattempo la vita a Roma, finito l’entusiasmo iniziale per la liberazione, procedeva difficile nella cronica penuria di cibo, benzina e degli oggetti di prima necessità. La consegna delle armi agli alleati procedeva a rilento ed il coprifuoco non era rispettato dai romani, tanto che il capo della Polizia Militare alleata, un certo Pollock ebbe l’idea di far tappezzare la città da migliaia di grandi manifesti con la scritta “La legge è in vigore. Rispettatela!”
Neanche a dirlo l’invito fu accolto dall’ironia dei romani che si guardarono bene da rispondere positivamente a questo invito.
Qualcuno rispose con una scritta su un muro, divenuta celebre, ancorché inquietante, “Aridatece er’ Puzzone!”.

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