Papà Joffre, il duce di Francia

I primi anni della Grande Guerra furono caratterizzati da una soverchiante supremazia dei vertici militari nei processi decisionali, sia quelli che portarono alla conflagrazione del conflitto, sia per quanto riguarda obiettivi, strategie e metodi con i quali condurre le operazioni belliche a guerra iniziata.
Fra tutti i Comandanti in Capo dei Paesi in guerra, chi detenne almeno fino all’inizio del 1916 un potere quasi dittatoriale fu il Capo di Stato Maggiore dell’Esercito francese Joseph Jacques Césaire Joffre, soprannominato Papà Joffre per la sua stazza corpulenta e per la sua imperturbabilità in qualunque situazione.
Figlio di un bottaio e quindi di modeste origini, nato nel 1852, Joffre aveva fatto in tempo a partecipare come soldato semplice alla guerra franco-prussiana. La sua carriera militare si svolse poi soprattutto nelle colonie come tenente in Indocina e come capitano nel Nordafrica e in Madagascar, dove servì sotto Joseph Gallieni che ne apprezzò le qualità tanto che dopo che gli fu offerta la carica di Capo di Stato Maggiore e dopo aver rifiutato la nomina per sé stesso, appoggiò l’elezione di Joffre a capo dell’esercito francese, nel 1911.
Allo scoppio della Grande Guerra, Papà Joffre dirigeva le sorti della Francia e delle sue armate dal Grand Quartier Général (GQG) situato in una scuola in Place Royer Collard, della cittadina di Vitry-le Francois, sulla Marna.
Ogni mattina, puntualmente alle 5, usciva dall’abitazione di un anziano ufficiale del genio in pensione, Monsiuer Chapron, che lo ospitava. Tutti i giorni, qualunque cosa accadesse, tornava alle 11 da Chapron per desinare, rituale che accrebbe la sua fama di uomo imperturbabile.
Solo durante quel drammatico mese di agosto del 1914, Joffre rinunciò ad un’altro rito sacro, il sonnellino pomeridiano. La cena veniva servita alle 18.30 e per lo Stato Maggiore del generale era severamente proibito parlare di questioni militari a tavola.
Conclusa la cena si teneva una breve riunione, le petit rapport durante la quale si affrontavano le questioni più urgenti e poi il Comandante in Capo, alle 21.30, puntualmente, si ritirava per il riposo notturno.
A questa ordinata e sempre uguale giornata Joffre non rinunciò mai. Nel 1914 Joffre aveva 62 anni, e contrariamente ai sui ufficiali ed ai colleghi britannici, vestiva spesso in modo trasandato e la sua corporatura massiccia frutto anche di un amore poco controllato per la buona tavola, gli davano un aspetto inconfondibile, spesso oggetto di scherno dai britannici ma, almeno per i primi 15 mesi di guerra, letteralmente adorato ed ammirato dai francesi.
Dal punto di vista della concezione militare Papà Joffre aveva modellato i vertici dell’esercito sulla base delle dottrine d’attacco di Ferdinand Foch, sfrondandole dagli elementi considerati difensivisti. Joffre credeva infatti fervidamente nella superiorità della guerra d’attacco, allora dottrina tattica prevalente in Europa, e tale visione si sarebbe esplicitata nel Piano XVII, il piano che, ad agosto 1914, era deputato a contrastare l’offensiva tedesca con un’immediata controffensiva in Alsazia e Lorena.
L’illusione che il cran , lo slancio vitale, il coraggio delle truppe francesi potesse aver ragione delle armate tedesche si rivelò un clamoroso abbaglio che mise termine al comando di Joffre dopo la disastrosa battaglia di Verdun del 1916.
Destituito dal comando Joffre però, probabilmente anche per i forti legami massonici, continuò a godere di un’ottima considerazione negli ambienti politici francesi tanto che tra il 1918 e il 1930 ricoprì a più riprese la carica di ministro della guerra.

Mori a Parigi il 3 gennaio 1931, all’età di 79 anni.

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