28 giugno 1914: l’assassinio di Francesco Ferdinando

C’è un’importante corrente storiografica che asserisce che la seconda guerra mondiale non è altro che la prosecuzione del primo conflitto globale posticipato di un ventennio. Al di la di questa analisi che comunque offre spunti interessanti, le ragioni che scatenarono la catastrofe della guerra 1914-1918 affondano in una straordinaria e complicata varietà di motivi politici, culturali, sociali e militari che certamente non possono ridursi al noto episodio dell’assassinio dell’erede al trono d’Asburgo, Francesco Ferdinando.
Certo è che questo atto terroristico presenta una serie di singolarità sui cui la ricerca storica ha fatto soltanto parzialmente luce. Prima di addentrarci nei particolari è forse bene sottolineare una questione che può sfuggire a coloro che non sono studiosi o appassionati dell’epoca: il terrorismo politico era tutt’altro che raro o isolato, anzi si può affermare che il suo uso massiccio come strumento di lotta politica si afferma proprio in quel periodo e quindi il gesto di Gavrilo Princip non deve intendersi come un fatto isolato e per molti versi imprevedibile.
Ma andiamo con ordine. Nel 1908 l’Austria-Ungheria aveva annesso la Bosnia e l’Erzegovina, occupate militarmente nel 1878, mandando su tutte le furie la Russia e creando un forte risentimento nella maggioranza della popolazione bosniaca. Si trattava quindi di una parte dell’Impero “calda” e non particolarmente sicura per un viaggio di Stato dell’erede del vecchio Francesco Giuseppe.
Eppure nonostante questo fin da marzo del 1914 si conosceva per filo e per segno il programma del viaggio di Francesco Ferdinando in quel di Sarajevo. Questo convinse una società segreta i Giovani Bosniaci costituita da studenti di origine contadine che si trattasse di una ghiotta occasione per uccidere l’erede al trono dell’Impero.
Ancora oggi non è chiaro se il gruppo terroristico assunse questa decisione in maniera autonoma o fu in qualche modo manipolato ed istruito da settori iper nazionalisti di Belgrado.
Uno dei componenti di questa cellula terroristica era Gavrilo Princip, un giovane di bassa statura e dal carattere piuttosto ordinario, di origine serba, nato il 25 luglio del 1894.
A maggio Princip ed altri due congiurati si recarono a Belgrado, la capitale di una nazione, la Serbia, indipendente da circa 25 anni, quando aveva ottenuto l’agognato riconoscimento internazionale e di fatto cuore del movimento panslavo.
I tre si incontrano con un esponente de La Mano Nera, un’organizzazione segreta nazionalista, che gli consegna sei pistole Browning e diversi ordigni esplosivi. A capo di questa organizzazione c’è il trentaseienne Dragutin Dimitrijević comandante dei servizi segreti militari serbi, meglio conosciuto con il nome in codice Apis.
Pallido, calvo, corpulento Dragutin Dimitrijević era in forte contrasto con il Primo Ministro serbo Pasic e questa è una delle ragioni che possono far pensare ad un coinvolgimento serbo nell’attentato attraverso un pezzo deviato dello Stato e non direttamente, come scellerata scelta politica, per innalzare la tensione ed acuire il confronto tra Austria e Russia.
Pur considerando Apis un vero pericolo per la stabilità e la stessa sopravvivenza della Serbia, il governo di Pasic non si sentiva abbastanza forte per destituirlo dal suo delicato incarico.
Il 27 maggio dopo una cena probabilmente con esponenti della Mano Nera i tre congiurati intraprendono il viaggio di ritorno verso Sarajevo che durerà ben 8 giorni. Secondo alcune fonti, per altro non verificabili, pare che il governo serbo venuto a conoscenza del piano dei Giovani Bosniaci avvisò sia pure in modo generico le autorità austriache di un pericolo attentati a Sarajevo. Sia che questo episodio sia avvenuto veramente o che si tratti di una posticcia avvertenza costruita a posteriori, le ragioni per catalogare l’imminente visita ad alto rischio c’erano tutte. Ma niente di speciale fu allestito per garantire la sicurezza dell’erede al trono.
La sua sicurezza era affidata al generale Oscar Piotorek, governatore della Bosnia che si preoccupò più del menu della cena di rappresentanza che di predisporre misure particolari ed eccezionali per garantire la sicurezza dell’illustre ospite.
La sera del 27 giugno, con un giorno d’anticipo, Francesco Ferdinando e sua moglie Sophie, si fecero portare a visitare Sarajevo, una cittadina di 42.000 anime con forti influssi orientaleggianti.
L’erede al trono d’Asburgo, non era nelle grazie del vecchio zio imperatore, terzo in linea di successione, approfittò del suicidio del cugino Rodolfo a Mayerling nel 1889 e della morte del padre nel 1896, per scalare la successione al trono d’Asburgo.
I rapporti con Francesco Giuseppe peggiorarono quando il 1º luglio 1900 sposò la contessa Sophie Chotek von Chotkowa. Il matrimonio fu autorizzato dall’imperatore solo dopo che la coppia ebbe accettato che la sposa non avrebbe goduto dello status di reale e che i loro figli non avrebbero dovuto avere pretese al trono. Francesco Giuseppe non partecipò alla cerimonia del matrimonio, così come non vi partecipò il fratello dello sposo, Ferdinando Carlo.
Col matrimonio, la contessa divenne Sua Altezza Serenissima Principessa Sophie von Hohenberg, ma nel 1909 il suo titolo fu elevato a Sua Altezza Duchessa Sophie von Hohenberg. La loro era un’unione salda ed una volta tanto, tra le teste coronate d’Europa, fondata sull’amore.
Francesco Ferdinando politicamente era un acceso conservatore, fortemente legato all’idea, ormai sempre più morente, del potere assoluto monarchico. Allo stesso tempo era forse il principale esponente austriaco decisamente contrario ad una politica conflittuale con la Russia.
Ma torniamo al 28 giugno del 1914.
Quel giorno era il 14mo anniversario del loro matrimonio, l’Arciduca indossò l’uniforme di gala e nella tarda mattinata del 28, stavolta secondo il programma il corteo imperiale lasciò la stazione di Sarajevo. I sette attentatori del gruppo di fuoco dei Giovani Bosniaci si erano intanto distribuiti su tutti e tre i ponti sui quali Francesco Ferdinando sarebbe dovuto passare.
Durante la prima fermata Nedeljko Čabrinović, uno dei sette, lanciò una bomba a mano contro la vettura dell’Arciduca, questa però rimbalzò ed esplose poco lontano ferendo due persone del seguito. Čabrinović fu immediatamente arrestato dopo un blando tentativo di suicidio.
Incredibilmente il corteo proseguì fino al Municipio dove un esasperato Francesco Ferdinando dovette sorbirsi un lungo e noioso discorso di benvenuto da parte delle autorità locali. Innervosito per l’attentato subito, rientrando in auto l’Arciduca ordinò di deviare dall’itinerario previsto per far visita in ospedale ai feriti dell’attentato di Nedeljko Čabrinović.
Quando il corteo imboccò la Franz Josef StraBe, il generale Pioterek che sedeva accanto all’erede al trono, rimbrottò l’autista perché aveva sbagliato strada e gli ordinò di tornare indietro. L’auto non aveva la retromarcia e quindi dovette essere spinta per riposizionarla correttamente. Giunto sul lungofiume Appel il corteo rallentò a causa dell’enorme folla che stava sciamando delusa per aver mancato l’Arciduca. Si procedeva a passo d’uomo ed il destino volle che l’auto dell’Arciduca transitò proprio nel punto dove era appostato Gavrilo Princip, costui estrasse la pistola, si avvicinò alla vettura ed esplose due colpi: uno uccise sul colpo Sophie, l’altro ferì a morte Francesco Ferdinando le cui ultime parole rivolte alla moglie furono una supplica di non morire. Di li a poco spirò anche lui.
Rimane un mistero come un giovane studente che si era esercitato poche volte con la pistola, con soli due colpi fosse riuscito ad uccidere la coppia.
Immediatamente arrestato, Princip tentò per due volte il suicidio senza riuscire a togliersi la vita. All’epoca dell’attentato Princip, ancora diciannovenne, era troppo giovane per poter subire la condanna a morte. L’assassino venne pertanto condannato a vent’anni di prigione. Ma in cella trascorse soltanto quattro anni, vivendo in pessime condizioni nella prigione di Terezín, finché morì di tubercolosi il 28 aprile del 1918, all’età di 23 anni; oggi la sua tomba è locata nel cimitero di San Marco, a Sarajevo.
Un’azione dilettantesca ed a tratti improvvisata era riuscita ad accendere la scintilla che avrebbe fatto saltare la polveriera Europa.

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