Martin Bormann, l’anima nera del Reich

La morte di Martin Bormann è avvolta nel mistero, come per altro quella di numerosi gerarchi nazisti. Quello che sappiamo con assoluta certezza è che il segretario personale di Hitler e negli ultimi due anni, il vero e proprio n. 2 del regime, non avesse alcuna intenzione di condividere la convinzione di Goebbels “Quando usciremo di scena il mondo tremerà” che seguirà nel suicidio il suo Fuhrer. Bormann che pure ha dedicato la sua vita al servizio di Hitler non intende affatto morire e tra il 1 e il 2 maggio 1945 si allontana dal Führerbunker insieme al dottore delle SS Ludwig Stumpfegger e al capo della gioventù hitleriana, Artur Axmann. L’ultimo uomo che sostiene di averlo visto è l’autista di Hitler Erich Kempka, che sostenne di aver visto Bormann colpito a morte dall’esplosione di un carro armato, nel tentativo di attraversare le linee nemiche russe. Una identica versione dei fatti viene riferita da un granatiere SS della divisione Charlemagne. Alcuni resti tra cui un cranio perfettamente conservato scoperto in un cantiere edile a Berlino nel 1972, attraverso l’analisi dentaria e quella successiva del DNA, confermarono l’identità del cadavere come quella di Martin Bormann. Non sono mancate tuttavia le ipotesi alternative come quella di una fuga riuscita in sud america e più precisamente in Paraguay, dove avrebbe vissuto protetto dal dittatore Alfredo Stroessner e dove sarebbe morto nel 1959 per un tumore allo stomaco. Il corpo di Bormann sarebbe poi stato portato dalla famigerata organizzazione Odessa a Berlino per depistare i cacciatori di nazisti e proteggere cosi gli esponenti del regime che si erano rifugiati nel continente sud americano.
Il tuttofare di Hitler era nato nel 1900 in una famiglia della piccola borghesia della Sassonia-Anhalt.
Nel 1923 viene coinvolto insieme a Rudolf Hess, che diventerà in seguito il suo capo, in un brutale omicidio del suo stesso insegnante di scuola elementare, Walther Kadow, militante comunista sospettato di aver consegnato alle autorità francesi il nazista Albert Leo Schlageter. Scontò undici mesi di reclusione e, squattrinato e senza lavoro, si unì nuovamente ai Freikorps, le milizie volontarie tedesche fiorite dopo la fine della prima guerra mondiale. Entrato nel Partito Nazista dapprima come collaboratore di Rudolf Hess, il segretario del partito, fa rapidamente carriera, fino a riuscire ad allontanare il suo stesso superiore dal fianco di Hitler. Divenuto segretario al suo posto, è lui a stabilire chi può entrare in contatto con il Führer, che non ha dubbi sulla sua lealtà e nelle sue ultime volontà lo nominerà addirittura suo esecutore testamentario. Bormann diviene a poco a poco talmente indispensabile per Hitler da indurre alcuni a considerare quell’uomo basso, tarchiato e privo di carisma come una figura perfino più potente del Führer stesso.
Il suo primo, grande colpo fu reso possibile dalla delega che Hess gli diede nel sovrintendere alla costruzione del famoso Kehlsteinhaus, noto come Nido dell’aquila, la fortezza progettata da Roderich Fick e costruita sul picco da cui prese il nome, il Kehlstein, che sovrasta la località montuosa dell’Obersalzberg. Dimostrò di essere un uomo ligio al dovere e senza alcuno scrupolo anche a costo di essere crudele: distrusse strade e case, sfrattandone gli inquilini.
Lo chalet fu donato a Hitler per il suo cinquantesimo compleanno, a cui però non piacque, nonostante fosse stato progettato secondo alcune sue direttive. Il Führer, infatti, continuò a preferire la sua più piccola e modesta villetta poco distante, il Berghof. Nonostante questo Hitler apprezzò l’efficienza e l’affidabilità di Bormann che entrò definitivamente nelle sue grazie. Diventato segretario personale di Hitler si distinse nell’annientamento di tutti i gruppi organizzati di opposizione al nazismo e nella crociata contro la religione ed i preti che culminò nel 1941 emanando una circolare indirizzata ai gauleiter, nella quale, senza ambiguità di sorta, sancì l’assoluta inconciliabilità tra il Nazionalsocialismo e il Cristianesimo.
Il potere di Bormann cresce esponenzialmente al punto che iniziarano a temerlo anche gli altri gerarchi appartenenti al “giglio magico” di Hitler. Albert Speer lo defini’ come l’elemento più pericoloso dell’entourage di Hitler, sul quale ha finito per esercitare un ascendente pressoché assoluto.
Speer non è il solo a diffidarne: tutti gli uomini di potere vicini al Führer lo odiano e lo temono, e ciascuno di loro vedrà nella propria caduta in disgrazia un complotto ordito da Bormann. La sua potenza sfiora l’apogeo negli anni del tracollo della Germania nazista.

Sua moglie , Gerda Bormann, sposata nel 1929, avendo come testimoni Hitler ed Hess, è una delle rare consorti di alte cariche del Reich a conformarsi in ogni aspetto all’ideale della moglie nazista. Una donna di casa, dedita ai fornelli, indifferente agli intrighi politici. Prende molto sul serio il suo ruolo di “genitrice”, tanto da mettere al mondo ben undici figli.
E’ talmente calata nella parte di perfetta donna nazista che auspica per i migliori e più puri esponenti del regime, la poligamia dovendo essi generare più figli possibili della razza eletta.

Quando suo marito diviene amante dell’attrice Manja Behrens, Gerda si complimenterà calorosamente con lui e gli augura di avere presto un figlio. Nell’imminenza del tracollo del Reich, quando suo marito si rende conto di quanto disperata sia in realtà la situazione, lei gli scrive: “Un giorno nascerà il Reich dei nostri sogni. Vivremo per vederlo, mi chiedo, o lo vedranno i nostri figli?” Rimarrà come Bormann, l’anima nera di Hitler preda di un fanatismo intransigente ed ottuso.

1 commento

  1. Bhe per la morte del personaggio ci metterei pure la versione Ghelen che dice che riparò in Unione Sovietica e che fosse una spia di Stalin. Personalmente non ci credo ma il Ghelen lo ha confermato in un libro.

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