Vlasov, il cosacco

I cosacchi sono popolazioni originariamente nomadi delle steppe della Russia meridionale, divisi in cosacchi del Dniepr e del Don. Scappati nelle steppe in età medievale per sfuggire alla tirannia di nobili e sovrani, vissero a lungo di caccia e pesca, in stato nomade o seminomade, prima di sedentarizzarsi e diventare agricoltori. Continuamente in lotta contro vari popoli e stati (tartari, turchi, polacchi), si forgiarono in una comunità guerriera molto apprezzata.
Durante la Seconda Guerra Mondiale, un generale cosacco si trovò al centro di una tragica e controversa vicenda.
Andrej Andreevič Vlasov era nato in un piccolo centro nell’Oblast’ di Nižnyj Novgorod, come ultimo di 13 figli del sarto del paese il 14 settembre del 1900.
Nel 1919 lascia gli studi religiosi a cui era stato avviato per entrare nell’Armata Rossa, impegnato in Caucaso e Crimea, per le sue strardinarie doti tattiche e il suo coraggio scala le gerarchie dell’esercito e diviene maggiore al termine della guerra civile russa.
Nel 1930 si iscrive al Partito Comunista e diventa un fervente sostenitore di Stalin. Durante le Grandi Purghe del 1933-35, (è già diventato colonnello), lascia la moglie che per estrazione politica e culturale può essere di intralcio alla sua carriera.
Quando la Germania nazista nel 1941 invade l’Unione Sovietica Vlasov giocherà un ruolo fondamentale nella difesa di Mosca e di Kiev a tal punto da essere decorato numerose volte, anche con l’ambito Ordine di Lenin. Dopo i suoi successi sulle pianure, Vlasov fu incaricato di gestire la 2ª Armata d’assalto, la cui missione era la rottura dell’assedio di Leningrado. La missione fallì, e la 18ª Armata della Wehrmacht distrusse definitivamente l’armata russa nel giugno 1942: l’unico disperato tentativo di fuga dalla sacca, lungo uno stretto corridoio di 400 metri a cavallo della ferrovia che portava in città, si rivelò un massacro e, dei 16.000 sovietici, ne sopravvissero meno di 2.000.
Vlasov viene catturato e in lui matura, grazie ad un trattamento avvedutamente umano dei tedeschi, un forte risentimento verso Stalin e l’Armata Rossa che lui ritiene colpevole di tradimento nei confronti delle sue truppe.
Con l’appoggio nazista Vlasov costituisce il Comitato di Liberazione del Popolo della Russia e l’Esercito Russo di Liberazione, un’armata di prigionieri, volontari ed emigrati russi reclutati inneggiando al ritorno alla Russia nazionale, che avrebbero dovuto unirsi alla Wehrmacht contro l’Unione Sovietica.
Vlasov riusci a costituire diversi reparti di questi esuli e sbandati che però Hitler si guardò bene di impiegare sul fronte orientale. Famosi per l’indisciplina e la brutalità, dimostrati in molte occasioni in Italia ed in Yugoslavia, alcuni combatterono con feroce determinazione negli ultimi mesi del conflitto, consapevoli della sorte che li attendeva.
Alla fine della guerra, nel maggio 1945, Vlasov ed una parte delle sue milizie si trovavano attestati tra Praga e Linz.
Vlasov e undici alti ufficiali dell’Esercito di Liberazione si arresero agli Alleati occidentali, ma né gli Americani né i britannici avevano interesse ad accogliere richieste di asilo che avrebbero compromesso il rapporto con un potente alleato come l’Unione Sovietica: riportati a Mosca, furono processati per alto tradimento e impiccati il 2 agosto 1946.
Vlasov aveva quarantacinque anni.

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