Ike e Monty, la strana coppia

Poche settimane dopo lo sbarco in Normandia, tra la metà di agosto e i primi di settembre del 1944, la Germania nazista sembrava prossima al tracollo militare. Stretta tra l’avanzata ad est dell’Armata Rossa e la pressione ad ovest delle forze anglo-americane la resa incondizionata richiesta senza mezzi termini dagli Alleati sembrava imminente.
Nell’Alto Comando delle forze anglo-americane la fiducia che la guerra si sarebbe conclusa entro il Natale di quell’anno era altissima.
Bastarono poche settimane per smantellare sotto i colpi di una realtà ben diversa questa convinzione che permeava gran parte dei generali alleati. L’insuccesso dell’Operazione Market Garden e la tenace resistenza dell’esercito tedesco nonostante i gravissimi problemi di rimpiazzi e la perdita di una vera copertura aerea, insieme ai rigori dell’inverno aprivano la prospettiva di un conflitto che sarebbe durato ancora molti mesi, forse anche un anno.
E’ in questo fosco scenario che il 7 dicembre del 1944 a Maastricht si incontrano per un consulto strategico Dwight Eisenhower, Comandante Supremo delle Forze Alleate in Europa, il maresciallo Bernard Law Montgomery, britannico, ed i generali Tedder e Bradley.
Dwight Eisenhower, detto Ike e Bernard Law Montgomery, soprannominato Monty non potevano essere più diversi l’uno dall’altro. I due non si amavano e fin dai primi giorni dopo il D-Day Monty aveva premuto per avere un ruolo decisivo nell’avanzata verso la Germania e questo aveva aumentato se possibile le tensioni con il Comandante Supremo.
Ike non aveva grandi qualità strategiche, ma era un ottimo organizzatore e possedeva quelle necessarie doti di mediazione e diplomazia necessarie per far convivere le due principali componenti della coalizione (americani e britannici) che non si amavano particolarmente. Monty aveva indubbiamente maggiori qualità sotto il profilo squisitamente militare anche se molti storici hanno successivamente ridimensionato questo giudizio. Il generale americano Patton di lui diceva che «Montgomery si preoccupa di più di non perdere una battaglia che di vincerla».
Ma torniamo al summit del 7 dicembre.
Montgomery, tanto per non smentirsi, sostenne la necessità di un attacco del XXI Gruppo d’Armate nella Ruhr, guadando il Reno in un punto tra Nimega e Wesel e con l’appoggio supplementare di almeno 10 divisioni americane.
Monty sosteneva che dopo la Normandia di fatto le forze alleate avevano fallito tutti gli obiettivi strategici, mentre Ike ovviamente rivendicava che l’avanzata per quanto lenta e costosa sotto il profilo delle perdite umane aveva ulteriormente fiaccato la resistenza delle truppe tedesche.
Gli eventi autunnali d’altra parta avevano picconato la credibilità strategica dell’egocentrico maresciallo britannico. Se possibile già dalla fine di giugno Monty era riuscito a farsi detestare dalla grande maggioranza dei generali americani.
Nonostante le “provocazioni” che il vanesio eroe nazionale inglese non aveva risparmiato al Comandante Supremo, Eisenhower impegnò tutte le sue capacità di mediazione per evitare una frattura irrecuperabile con Monty, di più fu lui ad evitare che l’inglese fosse esautorato dal comando come invocavano gran parte dei generali statunitensi.
Molti alti ufficiali americani preferivano al ruvido maresciallo, Harold Alexander, squisito gentiluomo -soldato, eroe della Prima Guerra Mondiale, vestito sempre impeccabilmente e dai modi raffinati. Alexander era però un ufficiale un po’ indolente e senza le indubbie capacità tattiche e strategiche di Monty che rimaneva di gran lunga il miglior “professionista” delle forze militari inglesi.
Per il bene della causa alleata era importante che Montgomery mantenesse il posto,tanto ormai le speranze di concludere la guerra in tempi brevi era sfumata.
Ike promise al generale britannico che ai primi di gennaio avrebbe potuto puntare sul Reno con l’appoggio della IX Armata di Simpson ma senza andare a detrimento di altre offensive, in particolare al sud con l’armata comandata da Patton, in nome della strategia definita “del fronte allargato”.
Gli americani erano convinti che dopo lo sbarco in Normandia, il peso maggiore dell’offensiva, anche in termini di tributo di sangue era ricaduto su di loro.
Fra il 1 settembre ed il 16 dicembre 1944 la I Armata ebbe un salasso di 45.000 uomini mentre la IX Armata aveva subito 10.056 perdite e la III Armata oltre 56.000 perdite.
A questi dati già estremamente preoccupanti si dovevano aggiungere 113.742 perdite dovute soprattutto al fenomeno del piede da trincea ed allo stress da combattimento.
Il vertice di Maastricht si concluse, che tempo permettendo, sarebbe proseguita la lenta ed omogenea avanzata, nessuno dei comandanti alleati presenti al summit immaginava che Hitler stava preparando l’ennesimo colpo di coda e che da li a poco si sarebbe scatenato l’inferno delle Ardenne.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.