Il calamaro vampiro

Buio profondo, qui non arriva un filo di luce. Una notte eterna. Freddo, una temperatura che oscilla sempre, dai 2 ai 6° centigradi. Assenza d’aria, qui la percentuale d’ossigeno sfiora il 3% invece del 21% della nostra atmosfera.
Siamo nello spazio?
No, siamo in una delle zone più aliene ed estreme del nostro pianeta, la cosiddetta zona d’ombra degli oceani che si colloca tra i 500 ed i 1000 metri di profondità.

Un luogo desolato, freddo, oscuro e disabitato. Quasi del tutto disabitato perchè in queste acque vive una strana creatura, un fossile vivente, chiamato volgarmente “calamaro vampiro”, benché non sia un vampiro in assenza di prede a cui succhiare il sangue e neppure un vero e proprio calamaro, trattandosi piuttosto di una creatura che si colloca a metà tra il calamaro ed il polpo.

Il suo nome scientifico è Vampyroteuthis infernalis, un mollusco cefalopode degli oceani temperati e tropicali, unica specie oggi vivente dell’ordine dei Vampyromorphida.
Questa creatura diafana, non commestibile,  la sua carne ha un pungente odore di pipi’ di gatto grazie ad una forte presenza di ammoniaca, si nutre di detriti organici che precipitano dalle quote superiori o di zooplancton.

Per vivere in questo luogo inospitale ed estremo la selezione naturale ha dotato il calamaro vampiro di alcune caratteristiche davvero uniche, ad iniziare da due branchie enormi, spropositate rispetto al corpo dell’animale ed irrorate di sangue grazie al lavoro di tre cuori!

Come tutti i Coleoidea ha il sangue blu grazie all’emocianina che contiene rame anzichè ferro come l’emoglobina. L’emocianina è modificata per catturare il raro ossigeno presente a quelle profondità e rilasciarlo gradualmente ai tessuti.

Il calamaro vampiro è lungo al massimo 30 cm in totale – di cui 15 cm per il corpo gelatinoso, di colore variabile tra il rosso chiaro e il nero, ha il corpo ricoperto di organi luminosi detti fotofori. L’animale ha un grande controllo su tali organi, che possono disorientare gli aggressori con lampi di luce di durata variabile da una frazione di secondo a diversi minuti. Anche l’intensità e la dimensione dei fotofori può essere modulata.

Conosciamo pochissimo dell’ortogenesi di questa creatura che se catturata e immessa in degli acquari muore con una straziante agonia entro due mesi. Le uniche osservazioni sono state fatte da incontri più o meno casuali con robot abissali.

Molto è ancora da scoprire su queste singolari creature che popolano un habitat buio, freddo e scarsamente animato da altre specie e nonostante questo sono sopravvissuti fino a noi dal lontano giurassico.

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