Il papa eremita

E’ il 4 aprile 1292 quando Girolamo Masci da Ascoli, Papa Niccolò IV muore. Era salito al soglio pontificio quattro anni prima, primo religioso francescano a diventare papa, uomo intelligente di apprezzate doti morali e dottrinali (cosa non scontata nel tardo medioevo) si era contraddistinto per la sua abilità in campo diplomatico e per la capacità di rimettere ordine nei conti finanziari traballanti dello Stato Pontificio.
Si era poi molto impegnato per gestire la crisi del movimento francescano diviso tra frati di stretta osservanza, gli Spirituali, che volevano un ritorno allo stile di vita molto rigido di san Francesco d’Assisi, e i Conventuali, che preferivano una regola adattata, mitigata rispetto alla forma originaria.

Purtroppo Papa Niccolò IV non era riuscito a sottrarsi alle pesanti ingerenze delle famiglie Colonna ed Orsini, perennemente in lotta tra loro per la supremazia su Roma e il Papato.

La grande colpa di Niccolò III era stata la debolezza verso queste due famiglie patrizie a cui di volta in volta si era appoggiato, in special modo Orso Orsini aveva pesantemente abusato del potere papale per commettere le peggiori nefandezze.

In particolare aveva depredato la nobile famiglia dei Guastapane accusandoli di eresia, reato gravissimo per quei tempi che consentiva alla Chiesa di espropriare gli accusati di ogni bene e possedimento materiale. Beni che poi Niccolò IV aveva di fatto concesso alla bramosia di Orso Orsini.

La fine del tredicesimo secolo sanciva non soltanto l’indiscussa ed universale autorità religiosa del Papato sui cristiani ma la preminenza sul potere temporale del Vescovo di Roma. Questo può sembrarci anacronistico abituati come siamo a considerare la separazione tra Stato e Chiesa un principio elementare di civiltà, ma l’uomo del Medioevo non la pensava cosi’, per lui era scontata la supremazia del potere divino su quello temporale e conseguentemente naturale che la Chiesa fosse nello stesso tempo autorità statale e religiosa.

D’altra parte anche i re ed i governanti del Medioevo consideravano il loro potere sulla terra come diretta emanazione e concessione di un disegno divino. Questa visione nella quale affari di Stato, politica e religione si mescolavano inestricabilmente non favoriva certamente la vocazione spirituale della Chiesa spesso impegnata in una sorta di domino per la supremazia temporale con i sovrani dell’epoca.

Ed è in questo contesto politico e culturale che pochi giorni dopo la morte di Niccolò IV si riunisce il Conclave allora composto soltanto da dodici cardinali: Latino Malabranca Orsini, Matteo d’Acquasparta, Gerardo Bianchi, Giovani Boccamazza, Hughes Seguin de Billon, Jean Cholet, il potente Benedetto Caetani, Pietro Peregrossi, Giacomo Colonna, Matteo Rubeo Orsini, Napoleone Orsini e Pietro Colonna.

Immediatamente la lotta per il soglio pontificio si scatena rendendo vana la convergenza su un nome unico. Lotte familiari, discordanti interessi geopolitici, beghe personali tutto congiura per lasciare vuoto lo scranno del Vescovo di Roma.

Ci si mette pure una virulenta epidemia di peste che costringe allo scioglimento del conclave per un anno. La lunghissima vacanza nell’elezione del Papa provoca tumulti e disordini a Roma e porta al calor bianco la tensione tra i porporati che intanto sono rimasti in undici perchè Jean Cholet era rimasto ucciso dalla peste.

Si arriva cosi’ alla fine del mese di marzo del 1294, praticamente due anni dopo la morte di Niccolò IV, due anni senza Papa ed entra in scena un altro protagonista: Carlo II d’Angiò, Re di Napoli.
Carlo II aveva perso dopo l’insurrezione dei Vespri Siciliani (1282) la Sicilia ed era impegnato in delicate trattativa con chi se ne era impossessato: Giacomo II, Re di Aragona.

Ebbene Carlo II aveva necessità che il Papa avallasse il trattato che si andava profilando con gli aragonesi e non poteva tollerare che per le lotte di potere della Curia il soglio pontificio continuasse a rimanere vacante. Spinto da questa esigenza, il re di Napoli si recò, insieme al figlio Carlo Martello, a Perugia dove era riunito il Conclave, con lo scopo di sollecitare l’elezione del nuovo Pontefice.

Grande fu lo sconcerto dei cardinali per questa irruzione irrituale e blasfema e Bartolomeo Caetani, uomo forte della Curia, orchestra lo sdegno dei porporati e fa buttar fuori letteralmente il Re di Napoli.

Questa vicenda però mette in allarme Caetani, sa che ormai il tempo è scaduto e che se il Conclave non partorirà presto un nome il rischio di un “commissariamento” politico e religioso della Chiesa è quanto mai concreto.

Caetani è uomo di grande intelligenza ed intuito politico, capisce che è impossibile una convergenza su uno degli undici cardinali che compongono il Conclave e gli sovviene la “predizione” di un’eremita Pietro Angelerio (o secondo alcuni Angeleri), detto Pietro da Morrone molto famoso in quel tempo, che aveva predetto “gravi castighi” alla Chiesa se questa non avesse provveduto a scegliere subito il proprio pastore.

La profezia era stata recapitata al cardinale Latino Malabranca Orsini e da lui portata a conoscenza al resto del Conclave. Con un vero e proprio “colpo di teatro” Benedetto Caetani propone al Sacro Collegio l’elezione dell’eremita Pietro da Morrone.

Molti veneravano la figura di quell’anziano eremita ritirato dal mondo, verso il quale accorrevano gente comune e potenti personaggi in cerca di un consiglio spirituale. Vi si recava fra gli altri anche Carlo II d’Angiò, forse il sovrano che esercitava la maggiore pressione sul conclave.

Inizialmente votano a favore di Pietro sei porporati tra i quali lo stesso Caetani, i cinque oppositori capiscono che il tempo è finito e che non c’è più spazio per giochi di potere o tattiche dilatorie e si uniscono al resto del Conclave.

Pietro da Morrone che in quel momento ha un’età imprecisata, ma sicuramente tra gli 80 e gli 85 anni, che non è cardinale, che non ha alcuna esperienza di governo, che ha passato quasi l’intera vita in contemplazione ed in preghiera, come appunto un’eremita, molisano, decimo figlio di una coppia di modesti contadini, che vive in una grotta quasi inaccessibile sui monti della Maiella, negli Abruzzi, dove vive nella maniera più semplice possibile, viene eletto 192mo Papa della Storia della Chiesa.

Quando lo vanno a trovare tre emissari della Curia romana per informarlo che lui è diventato dal 5 luglio 1294 il nuovo Papa, li guarda costernato, incredulo e fatica a rassegnarsi al gravoso compito che ha di fronte.

Probabilmente il suo kingmaker Benedetto Caetani era convinto, giustamente, che un uomo cosi palesemente inadeguato a governare il Papato sarebbe stato facilmente controllabile e manovrabile dalla Curia romana e vista l’età molto avanzata si sarebbe trattato di un Papa di “transizione” verso assetti più consoni e tradizionali.

La stessa cosa pensò però anche Carlo II d’Angiò che prese sotto la sua “protezione” Pietro da Morrone che veniva incoronato Papa, il 29 agosto del 1294 con il nome di Celestino V. Dietro consiglio di Carlo d’Angiò, Celestino V trasferì la sede della Curia da L’Aquila a Napoli fissando la sua residenza in Castel Nuovo, dove fu allestita una piccola stanza, arredata in modo molto semplice e dove egli si ritirava spesso a pregare e a meditare. Di fatto il Papa era così protetto da Carlo, ma anche suo ostaggio, in quanto molte delle decisioni pontificie erano direttamente influenzate dal re angioino.

Ben presto maturò nel vecchio Pontefice la certezza di non essere adatto a quella vita e grazie anche agli abili ed interessati uffici di Benedetto Caetani che lo tranquillizzò dal punto di vista dottrinale Celestino V si dimise da Papa.

Quattro mesi dopo la sua incoronazione, nonostante i numerosi tentativi per dissuaderlo avanzati da Carlo d’Angiò, il 13 dicembre 1294 Celestino V, nel corso di un concistoro, diede lettura della rinuncia all’ufficio di romano pontefice, il cui testo originale andato perduto ci è giunto attraverso l’analoga bolla di Bonifacio VIII.

Cosi’ scriveva l’anziano eremita:

« Io Papa Celestino V, spinto da legittime ragioni, per umiltà e debolezza del mio corpo e la malignità della plebe [di questa plebe], al fine di recuperare con la consolazione della vita di prima, la tranquillità perduta, abbandono liberamente e spontaneamente il Pontificato e rinuncio espressamente al trono, alla dignità, all’onere e all’onore che esso comporta, dando sin da questo momento al sacro Collegio dei Cardinali la facoltà di scegliere e provvedere, secondo le leggi canoniche, di un pastore la Chiesa Universale. »

Appena undici giorni dopo riunito a Napoli il Conclave eleggeva Papa il cardinale Benedetto Caetani, che assumeva il nome di Bonifacio VIII.

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