Platone e l’immortalità dell’anima

Platone si serve della figura di Socrate e della sua morte per descrivere in un celebre dialogo che prende il nome di Fedone, la sua teoria dell’immortalità.
Il Fedone ci presenta l’ideale platonico di un uomo saggio e buono, che non teme la morte e pur sapendo di non meritarla, non intende sfuggirle perchè la sua condanna è avvenuta dopo un giusto processo.
In questo straordinario dialogo sono presenti molti temi che il cristianesimo, successivamente, farà propri, a partire dalla teologia di San Paolo e dei Padri della Chiesa che deriva in modo diretto o indiretto dal Fedone.
Nel Fedone siamo ormai alle ultime ore di vita di Socrate poco prima e poco dopo l’assunzione della cicuta. Gli sono tolte le catene e gli è consentito di discutere con amici e discepoli nei minuti che precedono la sua perdita di coscienza. Socrate allontana la moglie in lacrime affinchè il suo dolore non lo distragga dalla sua ultima perorazione.
Socrate inizia affermando che chi possiede lo spirito della filosofia non teme la morte, ma che tuttavia mai l’avrebbe ricercata volontariamente. La condanna del suicidio che Platone induce sulla bocca di Socrate, di forte derivazione orfica, è straordinariamente simile nelle motivazioni che il cristianesimo farà proprie secoli dopo.
La vita non ci appartiene, ci è donata e non abbiamo il diritto di privarcene.
La morte dice Socrate, nel Fedone, è la separazione dell’anima dal corpo. Qui si evidenzia in tutta la sua forza il dualismo platonico tra realtà ed apparenza, ragione e percezione, anima e corpo. Impossibile anche qui non vedere le forti connessioni che legano la teoria platonica sull’immortalità alla futura religione cristiana.
La distinzione tra spirito e materia ha quindi un’origine religiosa e discende dalla distinzione tra anima e corpo.
Gli orfici (movimento religioso sorto in Grcia presumibilmente nel VI secolo a.C. ispirato alla figura di Orfeo) si consideravano figli della terra e del cielo, della terra veniva il corpo, dal cielo l’anima.
Quindi Socrate, passa nel Fedone, a descrivere un sobrio ascetismo nel quale il filosofo non rifugge totalmente dai piaceri della vita (mangiare, bere, il sesso) ma ne fa un uso sobrio, moderato, tale da non esserne distratto nella ricerca filosofica della verità.
Secondo Socrate (ma non dimentichiamoci che è Platone che mette in bocca al protagonista del Fedone le sue convinzioni) il corpo è un ostacolo nella conquista della conoscenza. La vista e l’udito sono testimoni imperfetti e talvolta inattendibili.
Questa tesi sembra pertanto rifiutare tutto quello che è empirico, affidandosi il filosofo in primis alla logica ed alla matematica ma soprattutto all’idea del bene. Una volta arrivato a questa idea il filosofo è in grado di sapere che il bene è la “realtà” ed è quindi in grado di dedurre che il mondo delle idee è un mondo reale.
Però l’assoluta bellezza, l’assoluta verità, l’assoluta giustizia non sono percepibili fintanto che l’anima è contaminata dalle limitazioni del corpo. In questa condizione il nostro desiderio di verità è destinato a rimanere frustrato.
E qui si produce una divisione inconciliabile tra la scienza e la filosofia platoniana. Per l’empirista è il corpo che ci mette in contatto con la realtà esteriore, ma per Platone il corpo è doppiamente ingannevole, da un lato ci fa vedere la realtà deformata, opaca e dall’altra dall’altra ci distrae dalla conoscenza della verità.
Desideri, malattie, cupidigia sono tutte pulsioni del corpo che ostacolano la ricerca della verità, pertanto dobbiamo liberare l’anima da esso, se vogliamo sperare in una proficua e serie ricerca della stessa.
A questo punto nel Fedone, un discepolo esprime dubbi sulla sopravvivenza dell’anima dopo la morte. Gli argomenti che Platone mette in bocca a Socrate per contrastare questi dubbi per la verità sono abbastanza gracili.
Il primo argomento che Socrate usa si rifà alla teoria di Anassimandro sulla “giustizia cosmica” in natura tutte le cose che hanno dei contrari sono da essi generati. Ora la vita e la morte sono dei contrari quindi ciascuna di esse deve generare l’altra.
Il secondo argomento addotto da Socrate è che conoscere è ricordare, quindi l’anima deve essere esistita prima della nascita. Nel “Menone” Socrate afferma: “Non esiste insegnamento ma soltanto reminiscenza”.
Anche questa argomentazione fa a pugni con l’empirismo e ne accentua la profonda divaricazione rispetto alla visione platonica dell’immortalità dell’anima.
Socrate prosegue nella sua dimostrazione affermando che solo le cose complesse si dissolvono, l’anima è una cosa semplice e pertanto non può iniziare, finire o mutare.
E poi rincara la dose le cose che si vedono sono destinate a finire, mentre le cose invisibili e l’anima è tra queste sono eterne.
L’anima del vero filosofo, che in vita si è privato dai lacci della carne, dopo la morte, partirà verso il mondo invisibile, dove vivrà felice insieme agli dei.
Anche qui è impossibile non notare le analogie con la religione cristiana che si approprierà, adattandolo opportunamente, del pensiero platonico.
Singolare che l’ultima frase che Platone attribuisce a Socrate, nel Fedone, è: “Critone, devo un gallo ad Esculapio, ti prego di saldare il mio debito”.

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